sabato 20 dicembre 2014

MANELLIANI – 12 MESTIERANTI DELLA DISINFORMAZIONE

MANELLIANI  –  12

MESTIERANTI   DELLA   DISINFORMAZIONE

In merito alla “sospensione a divinis”  di sei frati degli FI, ci sono state due chiarificazioni-risposte pubblicate sul sito ufficiale degli FI:
1) Quella di P. Alfonso dal titolo “Sospensioni a divinis o sospensione della verità?”. Ecco il link:      http://www.immacolata.com/index.php/it/35-apostolato/ffi-news/298-sospensioni-a-divinis-o-sospensione-della-verita
2) Quella del Commissario apostolico P. Fidenzio Volpi dal titolo:  “NOTA  UFFICIALE DELL’ISTITUTO – Risposta a Fabio Cancelli”.
Il mio riassunto in merito solo ai fatti accaduti in Nigeria, attinge largamente alla prima risposta di P. Alfonso, perché  più  ricca  di  notizie  specifiche  e circostanziate così come è di competenza del portavoce ufficiale. L’intervento di P. Volpi è soprattutto una risposta specifica alle disinformazioni dell’articolo di Cancelli.

PREMESSA

La reazione abnorme e sgangherata di questo articolo ai comunicati ufficiali  che espongono solo fatti, dimostrano che quello dell’articolista di una presunta “riscossa cristiana” (cfr.  http://www.riscossacristiana.it/la-sospensione-divinis-di-sei-frati-francescani-dellimmacolata-risposta-al-comunicato-di-p-alfonso-m-bruno-di-fabio-cancelli/) è solo un ultimo  tentativo maldestro, preceduto da altri; un tentativo disperato e sconclusionato,  per non dover riconoscere fatti gravissimi – super gravissimi – (come ha giustamente sottolineato Fra Felice) accaduti soprattutto in Nigeria. Su questi fatti gravissimi non dice una parola: segno forse che li condivide in pieno.  L’articolo di Rorate (ha ragione Fra Felice)  è pieno di imprecisioni, fandonie e invettive contro l’autorità dell’istituto (i manelliani, stranamente, qui non parlano di livore!) e molto critico e insolente verso il Papa. Dobbiamo ringraziare l’Istituto che, attraverso P. Bruno, ci ha messo al corrente, in modo dettagliato, dei gravi fatti di cui si sono macchiati i manelliani. Si perché quando Padre Alfonso scrive sul sito ufficiale degli FI, non riporta opinioni personali o ricostruzioni fantasiose di sue impressioni, ma riporta la posizione ufficiale dell’Istituto. Una vera carognata quella dell’articolista che non sa fare di meglio che tentare di far passare l’idea che si tratta solo di “ricostruzioni bruniane” quando anche uno sprovveduto capisce che si tratta di documenti ufficiali dell’Istituto che non possono essere lasciati all’improvvisazione. Chi tenta, in qualche modo, inutilmente, di coprire e addirittura giustificare l’ingiustificabile comportamento di quei pessimi membri religiosi di fatto – è anche lui complice di quelle azioni indegne, non solo di religiosi ma proprio di cattolici! Per noi non ci sono dubbi sul fatto che sia il  personaggio estensore dello squallido articolo, sia i congiurati che gli sono dietro e lo sostengono, sono tutti principalmente in malafede. Mai una parola di condanna per i fatti vergognosi della Nigeria!

RICAPITOLIAMO  I   FATTI   GRAVISSIMI.

In Nigeria, a Sagamu, il 20-21/8/2014,  c’è stata una rivolta all’arma biancaseminaristi manelliani ammutinati  (quelli normali non lo avrebbero mai fatto!); preso in ostaggio il superiore sottoposto a vessazioni e sequestrato, in rappresaglia contro la destituzione del precedente superiore (manelliano) che aveva commesso numerosi abusi e orchestrava la campagna di disprezzo e di ribellione contro le legittime autorità. In questa sommossa ci sono stati addirittura tafferugli tra i formandi, si è verificato l’intervento della polizia locale per sedare la rivoltaÈ dovuto intervenire anche il Vescovo locale, per ben otto ore nel convento, per placare gli animi. Il sospeso a divinis, oltre ad essere l’organizzatore e il principale responsabile della sommossa, aveva detto di voler andare a trovare la madre malata e, invece, mentendo, si è recato a Sagamu. La violenza sulla persona del padre guardiano, anziano fondatore della Missione, costituisce non solo un delitto canonico, ma anche un reato previsto e sanzionato dalle norme penali di ogni Stato. E’ chiaro che tali comportamenti si consideravano legittimati dalla campagna di disprezzo e anarchia orchestrata ai danni del Commissario. La violenza fisica difficilmente non è figlia della violenza mentale e tutte le campagne di odio e di disprezzo difficilmente non terminano in violenze fisiche. Ora il guardiano non ha voluto sporgere denuncia e invece di ringraziarlo, i manelliani vanno dicendo che siccome non c’è stato l’arresto della polizia, allora i fatti non sono andati come raccontati.  Occorreva dunque intervenire con urgenza per fare cessare una situazione di violenza e di illegalità, ma soprattutto di pericolo per il Padre Guardiano. Dalle testimonianze raccolte, scritte e registrate dai visitatori e da testimoni oculari, è accertato l’intento divisorio e il proposito di violenza indotto dal sacerdote sospeso. Egli aveva accolto vocazioni ritenute non idonee dai precedenti ex formatori. E, guarda caso, si tratta degli stessi giovani che hanno capeggiato la rivolta. Si è scoperto che costoro conducevano una vita dissoluta in Convento, abusando di alcool e agendo con bullismo verso altri Seminaristi. Un mini esercito di balordi alle dipendenze di un Sacerdote problematico” (cfr. relazione di P. Alfonso nel link citato). L’albero si giudica dai frutti (cfr. Mt 16,16-20; Lc 6,43-45).
Giustissime le osservazioni precise e calzanti di  Loredana Ines Maria Morandi  “La legge italiana avrebbe comminato UNA PENA DETENTIVA DI 8 ANNI CIRCA, PIÙ LE AGGRAVANTI DELLE PERCOSSE, a quei frati ammutinati che hanno segregato il loro superiore” /…/. Per il sequestro di persona l’Italia commina una pena di 8 anni di reclusione è sapere a tutti coloro che sappiano usare un motore di ricerca: Leggere qui. http://www.brocardi.it/…/capo-iii/sezione-ii/art605.html. /…/ Il sequestro di persona è un reato contro le libertà della persona ed è gravissimo in Italia, così come in Nigeria. /…/ I frati sospesi dovevano finire in carcere” [cfr.https://www.facebook.com/groups/460589750712022/?fref=ts;  il post si  chiama:   “Polifemo risponde a nessuno ipotizzando che proprio….. non esista!” – Prima riporta la NOTA UFFICIALE dell’ISTITUTO (quella di P. Volpi!) poi ci sono 41 commenti, tra cui questi (riportati) precisi commenti di Loredana. Loredana è l’amministratore del blog che si chiama “IN COMUNIONE COL COMMISSARIAMENTO DEI FRATI FRANCESCANI DELL’IMMACOLATA” su cui tutti noi scriviamo, il cui link è:  https://www.facebook.com/groups/1499476033629194/]. Basta chiedere ad un qualsiasi avvocato ed egli ti dirà che la pena prevista dal codice penale per il sequestro di persona è di 8 anni.
Tre dei frati-preti filippini erano in Italia. Hanno lasciano un biglietto sul letto e sono spariti. Si ritrovano in Filippine, insieme ad altri due e si rifugiano, senza alcuna autorizzazione canonica, presso il vescovo di Lipa. La Santa sede ha ingiunto al vescovo di restituire i frati al loro legittimo superiore. “Dei 5 sacerdoti filippini 3 risiedevano in conventi in Italia e all’improvviso sono scomparsi dalle loro comunità, all’insaputa dei loro superiori, per poi rifarsi vivi dopo giorni dalle Filippine: come ci sono andati? quando? chi ha Pagato? perché? Perché non sono andati in Convento laggiu? /…/ SI TENTA DI COPRIRE E  GIUSTIFICARE L’INGIUSTIFICABILE COMPORTAMENTO DI MEMBRI RELIGIOSI, di Professione Solenne e per di più Sacerdoti” (cfr. pellegrini nella verità, articolo di P. Geiger, link citato, commento di Frate  Felice, 7 ottobre 2014 • 22:27).
Nuovi particolari aggiuntivi sono emersi in una nuova testimonianza pubblicata dal blog in comunione col commissariamento dei francescani dell’immacolata  (https://www.facebook.com/groups/1499476033629194/) nel post intitolato  “MISERICORDIA E VERITÀ CONTRO ARROGANZA E BUGIA”.  Altra carognata dell’articolo spazzatura è l’insinuazione subdola: “Chi può dire come sono andate le cose in Nigeria? Bruno propone una sua versione dei fatti”. P. Fidenzio Volpi risponde con precisione: “Lo svolgimento dei fatti risulta dalla relazione di tre religiosi mandati “in loco” dall’autorità dell’istituto per svolgere una approfondita inchiesta, le cui conclusioni sono state trasmesse integralmente alla competente congregazione dei religiosi affinché le valuti e – se lo ritiene necessario  le verifichi. Da esse risulta inoppugnabile la responsabilità del Religioso sanzionato nell’istigare la situazione di violenza” (cfr. risposta di P. Volpi nel link citato). “In base alle stese testimonianze di frati che non hanno ceduto a forme di plagio o promesse messianiche di facile studio e rapida Ordinazione presbiterale, è il Fondatore in persona che li invitava a non rinnovare i voti [grassetto mio, ndr], coadiuvato da ex formatori a lui legati e notoriamente in opposizione al Commissario” (cfr. pellegrini nella verità, articolo di P. Geiger,  La diabolica  persecuzione dei francescani dell’Immacolata,  commento di Simon de Cyrène, 7 ottobre 2014 • 09:20, link:http://pellegrininellaverita.com/2014/10/07/la-diabolica-persecuzione-dei-francescani-dellimmacolata/). P. Alfonso: “C’è il caso di chi, dopo aver aperto gli occhi o essersi pentito, ritorna indietro e denuncia chi lo ha indotto a chiedere la dispensa dai voti” (cfr. relazione di P. Alfonso nel link citato).

 FILTRA  IL   MOSCERINO  E  INGOIA  IL  CAMMELLO  

Insomma il sequestro di persona, le percosse,  la rivolta, l’intervento della polizia e del vescovo, per il personaggio che scrive non avrebbero nessuna importanza (sic!). L’unica cosa significativa sarebbe il disguido nelle monizioni per altrodovuto al fatto che i religiosi abbandonano il convento, non si sa dove risiedono e non si sa dove spedire la posta.La citazione delle monizioni risultava materialmente impossibile presso le Case Mariane cui gli imputati erano assegnati, perché essi le avevano abbandonate. Ha ragione P. Geiger, a proposito dell’articolo, quando dice: “Questa non è informazione ma propaganda” (cfr. pellegrini nella verità, articolo di P. Geiger, link citato), è il mestiere della disinformazione.  Il personaggio che ha scritto approva, evidentemente, in pieno tutta quell’attività violenta e da manigoldi e dunque  si squalifica da sé:  non una parola di biasimo o di condanna per comportamenti indegni di religiosi e poi anche di religiosi seguaci della messa tridentina. Nessuno come questi ignoranti fanatici sta facendo tanto per gettare discredito e disprezzo sulla messa tridentina!  Il personaggio che ha steso lo sconclusionato articolo dica con chiarezza – su questi fatti – da quale parte sta: se giustifica tutta questa sporcizia, se interviene solo per coprire vergognose azioni, è evidentemente, indegno di un contesto civile oltre che religioso.

 PROBLEMI GRAVI CHE EMERGONO

Il problema di questi seguaci di manelli è che dietro i fatti documentati dall’Istituto c’è una evidente mentalità settaria e di sovversione che è anche più grave dei fatti, pur gravi!!! Questa mentalità settaria è stata affermata anche in interventi riportati addirittura in blog tradizionalisti, interventi già documentati da fatima1960, sul blog Croce-via, nei suoi articoli [cfr. settembre 2013 (cfr. http://pellegrininellaverita.wordpress.com/) -Aria fritta per depistare le indagini” – punto d); cfr.  idem http://amicidellaverita.wordpress.com/page/2/]. Abbiamo più volte denunciato il fariseismo e il fondamentalismo dei manelliani: loro credono solo in manelli. Tutto il resto se serve alla divinizzazione di manelli è accettato, se la contrasta è rifiutata, compreso i legittimi superiori della Chiesa. Solo manelli è il centro e il cuore della loro (falsa) fede: tutto il resto, per questi evidenti portatori di mentalità superstiziosa, purtroppo sarebbe solo contorno inutile o fastidioso. I superiori sono solo i loro ex superiori rimossi e quindi decaduti; tutti gli altri sarebbero relativi a manelli e in funzione di manelli (cfr. 2 Tm 4,3-4).   Il problema è che questi seguaci di manelli, fino a quando il loro padrone era manelli non andavano neanche a fare pipì se non chiedevano il permesso, adesso che la Chiesa ha cambiato i superiori essi si mostrano disobbedienti all’autorità legittima, non chiedono il permesso a nessuno, vanno e fanno ciò che vogliono senza riferimento agli attuali legittimi superiori. È notorio che nella vita dell’Istituto, per il passato, quando il loro padrone era manelli, di fronte a difficoltà o resistenze a compiere l’obbedienza, manelli, sia ai frati che alle suore, rispondeva: “Obbedisci e basta”. Mentre se oggi queste  stesse parole le dice il Papa alle suore che lo hanno raggiunto in una udienza, l’invito non va bene e non deve essere accettato!  Ma su quale pianeta vivono questi manelliani?  Essi non obbediscono a nessuno se non al “manelli dai cinque cellulari che, come un centralinista – dirige il traffico della ribellione. I manelliani non obbediscono a vescovi o cardinali o chiunque non siano i loro unici superiori, massimamente qualora le loro indicazioni non collimano con quelle del loro santone manelli! Insomma una mentalità evidentemente settaria in cui la Chiesa sarebbe solo contorno e periferia lontana, mentre il vaticano e il papa sarebbero solo …… a Frigento!Quelli che agiscono così, evidentemente, sono falsi frati.

I VERI FRATI SONO SOLO QUELLI CHE OBBEDISCONO AL LEGITTIMO SUPERIORE CHE LA CHIESA RICONOSCE ED APPROVA, qualsiasi egli sia e nei tempi e nei modi indicati dalla Chiesa. Chi non si comporta così, ha nella sua testa, una mala-formazione settaria. Non si può obbedire solo ai superiori che ci fanno comodo e quando ci fanno comodo: questo era la mala pianta dei “figli dei fiori”, non può essere quella dei veri religiosi che, se hanno questa sgangherata filosofia, non sono …… veri religiosi.
Ha ragione  vincenzodatorino: “Si obbedisce al superiore legittimo, qualunque esso sia, come espressione della volontà di Dio senza il quale non vi è alcuna comunità religiosa”. /…/ Qui abbiamo religiosi che se ne vanno dove e come vogliono e vengono giustificati, anzi viene condannato chi prende provvedimenti. E gli amanti della tradizione come possono giustificare questi gravi comportamenti? Dove vivono costoro? Di cosa parlano? Pazzesco! Qui si pensa che un religioso dal mattino alla sera possa uscire dal convento e disobbedire come cosa normale e legittima. /…/ Anche il Vescovo che li accoglie… un incompetente ad essere buoni” (cfr. pellegrini nella verità, articolo di P. Geiger, link citato, commento  di vincenzodatorino, 8 ottobre 2014 • 00:07).
I manelliani, hanno tutti “obbedienza servile verso il fondatore ma non obbedienza filiale verso la Chiesa” (cfr. pellegrini nella verità, articolo di P. Geiger, link citato, commento di Simon de Cyrène, 7 ottobre 2014 • 19:26)

ANALIZZIAMO  ALCUNI  PUNTI

A) Nell’articolo in questione viene avanzato, come movente della censura ecclesiastica, la volontà di “lasciare l’istituto” da parte dei chierici sanzionati. La volontà di lasciare un Istituto religioso, come afferma lo stesso blogghista,  non costituisce nessuna violazione delle norme vigenti. È veramente ridicolo e fuorviante sostenere che la sospensione a divinis c’è stata solo perché volevano lasciare l’istituto!!! Ciò che è stato sanzionato è il comportamento oggettivo – nel caso della Nigeria scandaloso – e le scelte concrete contro i doveri del proprio stato che i frati hanno violato. E nel diritto canonico “l’osservanza del precetto viene garantita stabilendo una sanzione a carico dei trasgressori. /…/  La sanzione ad alcuni Religiosi, è avvenuta perché la ribellione alla autorità conferita dalla Santa Sede si è fortemente aggravata. /…/ Nel caso della Nigeria, si sono verificati episodi di grave violenza ai danni di un padre guardiano, oltre che tra gli stessi religiosi” (cfr. risposta di P. Volpi nel link citato).
B) “È palese, da parte dei manelliani, il disegno di creare un nuovo raggruppamento di soggetti che continui a fare quello per cui sono stati commissariati, sotto un’altra veste e con un nuovo nome. Hanno iniziato in una landa desolata dell’estremo oriente. /…/ Ci è giunta infatti notizia della costituzione di un’associazione pubblica di fedeli nata nelle filippine il 28 giugno 2014 e  rappresentata in Italia da uno solo dei circa venti ex seminaristi che non hanno rinnovato i voti provocando con la loro defezione una diminuzione del numero complessivo dei professi temporanei. In base alle stesse testimonianze di frati che non hanno ceduto a forme di plagio o promesse messianiche di facile studio e rapida ordinazione presbiterale, è il fondatore in persona che li invitava a non rinnovare i voti, coadiuvato da ex formatori a lui legati e notoriamente in opposizione al commissario” (cfr. relazione di P. Alfonso nel link citato).
C) L’articolo parla di “esposizione dettagliata dei fatti, non verificabili e soprattutto riservati, e perciò messi non opportunamente in piazza”. Prima contraddizione: se i fatti fossero non verificabili – come dicono loro – come possono sostenere allo stesso tempo che sono anche riservati? Se ci si lamenta che sono riservati e non dovevano essere messi in piazza, ALLORA SI RICONOSCE CHE SONO VERI? E perché allora poi affermare che invece non si sa come sono andati i fatti? La stessa cosa vale quando si afferma che in questo caso P. Alfonso avrebbe rivelato segreti d’ufficio, ALLORA SI RICONOSCE CHE SI TRATTA DI FATTI VERI? Inoltre se l’autorità decide di indicare i motivi dei provvedimenti, i fatti che motivano quelle sanzioni canoniche, non sono più riservati, ma volutamente pubblici. Si mettessero quindi prima bene d’accordo su cosa vogliono affermare perché pare che non lo sanno neanche loro.Seconda contraddizione: prima blaterano sempre che delle cose affermate dal commissariamento non ci sarebbero riscontri oggettivi  o comunque riferimenti a fatti precisi, e poi quando invece questi fatti precisi vengono riferiti in abbondanza e anche nei particolari, si lamentano che li hanno ottenuti! Anche qui si mettessero quindi prima bene d’accordo su cosa vogliono affermare perché pare che non lo sanno neanche loro. Terza contraddizione:  i due documenti ufficiali sono stati solo la doverosa informativa chiarificante da parte dell’Istituto. Provvedimenti canonici molto seri corrispondono ad infrazioni molto serie; la necessaria trasparenza ha motivato le doverose comunicazioni. A differenza delle elucubrazioni dell’articolista i motivi dei provvedimenti sono stati indicati con una chiarezza estrema, tant’è vero che lui stesso si premura di affermare che non bisognava metterli in piazza: tanto sono chiari! In realtà i manelliani vogliono solo che le loro malefatte e i loro cattivi e canonicamente scandalosi comportamenti fossero taciuti, per potere continuare a compierli indisturbati!
  1. La cosa più ridicola l’articolista la tira fuori quando dice: “Bruno non si accorge di fare un cattivo servizio al Commissario, che sembra ogni giorno di più una marionetta nelle sue mani”. E qui si vede che i manelliani brancolano nel buio. Chi conosce direttamente l’ottimo Padre Fidenzio Volpi sa che è impossibile usarlo come una marionetta: si tratta di persona molto preparata, con una lunga esperienza navigata e una formazione culturale invidiabile. Egli è dotato di acuto discernimento, sguardo penetrante e una grande franchezza diretta nella correzione fraterna. Le marionette si trovano dalla parte dell’articolista e sono quelle che continuano a difendere – proprio per lo loro grave prostrazione mentale – l’ormai indifendibile santone di Frigento, che promette e non può mantenere, che aizza sovversioni perché non ha più nulla a cui aggrapparsi. Le marionette sono dalla parte di chi ha bisogno dell’idolo per trascinare un’esistenza senza luce e significato perché ormai lontana dalla vera fede. E qui emerge opportuna ed efficace la bella frase di p. Alfonso: “Il Commissario Apostolico è comparato – arbitrariamente dai manelliani – al gigante Polifemo, immagine indovinata se si considera l’identità dei suoi oppositori: “IL SIGNOR NESSUNO”. Tali appaiono, infatti, costoro che si mettono falsamente – senza titolo e competenza – sullo stesso piano del Commissario e della Santa sede, sputando sentenze ridicole a giorni alterni.

CONCLUSIONE

Ha ragione  Claudio quando afferma: “Questo articolo è un ottimo esempio della letteratura spazzatura che viene servita dai ‘difensori’ dei FFI; non uno straccio di prova, non una accusa sensata, solo congetture ed ad hominem.Che lette da persone palesemente disturbate, fanno danni, e tanti, alle anime. /…/ E questi mestatori di professione, questi scandalizzatori di piccoli seriali, non pensano ai danni che stanno facendo, e del fatto che prima o poi ne dovranno rispondere?” (cfr. pellegrini nella verità, articolo di P. Geiger, link citato, commento di Claudio, 8 ottobre 2014 • 21:24).

RIPORTIAMO  ALCUNI  EFFICACI  COMMENTI  A  QUESTI SCONCERTANTI  FATTI  ACCADUTI

 Simon  de  Cyrène  —-   “Quel che è avvenuto con questi frati “manellianI” che “sequestrano all’arma bianca” il proprio superiore è inaccettabile come essere umano, come cristiano, come religioso: chiaramente Darwin è blatantemente sconfessato visto che non c’è stata evoluzione nella specie umana dai tempi di San Benedetto o di San Filiberto che subirono tentativi di assassinato dai loro propri monaci, di per se in-credibili ma grazie ai “manelliani” comprovati possibili. Sospensioni a divinis? Ma questi meritano solo riduzioni allo stato laicale e denunzia alle autorità civili!  Tutto questo ci mostra anche il poco senso di ricerca della verità presso quell’ambiente dematteiano e consorti che nella blogosfera va propalando informazioni destinate ad aizzare all’odio in giro e quando, dopo un po’, la verità viene a galla se ne stanno zitti zitti senza neanche aver il coraggio di chiedere scusa per il male fatto colle loro calunnie ed il loro spirito di comare malata.  Non valgono di più che gli ammutinati, anzi, ne compartiscono le responsabilità. In Pace  (cfr. pellegrini nella verità, articolo di P. Geiger,  http://pellegrininellaverita.com/2014/10/07/la-diabolica-persecuzione-dei-francescani-dellimmacolata/#comments, commento di Simon de Cyrène, 10 ottobre 2014 • 06:44).



CATECHESI  CHIESA – 1

IL  MAGISTERO:  PONTE  NON ….. FONTE  DELLA  RIVELAZIONE

LA  RIVELAZIONE

La Chiesa cattolica considera come fonti della rivelazione solo la Sacra Scrittura e la Tradizione.  La “Dei Verbum”, la costituzione del Vaticano II sulla Divina Rivelazione, insegna: “Piacque a Dio /…/ rivelare se stesso e manifestare il mistero della sua volontà (D,V. n. 2) /…/ Con la divina Rivelazione Dio volle manifestare e comunicare se stesso e i decreti eterni della sua volontà riguardo alla salvezza degli uomini” (D.V., n. 6). /…/

TRASMISSIONE   DELLA  RIVELAZIONE
Dio dispose che quanto egli aveva rivelato, rimanesse per sempre integro e venisse trasmesso a tutte le generazioni /…/ Ciò venne fedelmente eseguito tanto dalla predicazione orale degli apostoli i quali con gli esempi e le istituzioni trasmisero ciò che avevano ricevuto da Gesù (Tradizione), /…/ tanto da quegli apostoli e da uomini della loro cerchia che, per ispirazione, misero in scritto l’annunzio della salvezza (Bibbia)” (D.V., n. 7). /…/ “La predicazione apostolica doveva essere conservata con successione continua fino alla fine dei tempi /…/ I fedeli debbono attenersi alle tradizioni che avevano espresso sia a voce che per lettera (cfr. 2 Tess 2,15). /…/ Così la Chiesa nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa è, tutto ciò che essa crede”(D.V., n. 8).
TRADIZIONE  E  BIBBIA
La sacra Tradizione e la sacra Scrittura sono tra loro strettamente congiunte e comunicanti. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo, una cosa sola e tendono allo stesso fine” (D.V., n. 9). “La sacra Tradizione e la sacra Scrittura costituiscono un solo SACRO DEPOSITO della Parola di Dio (Depositum fidei) affidato alla Chiesa” (D.V., n 10).
IL  MAGISTERO
L’ufficio poi di interpretare autenticamente la parola di Dio scritta o trasmessa (cfr. Conc. di Trento, decreto, De canonicis scripturis; Denz. 783 (1801), è affidato al solo Magistero vivo della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo. Il quale Magistero, però, NON È SUPERIORE ALLA PAROLA DI DIO (scritta o trasmessa = le due fonti!) ma AD  ESSA  SERVE,  INSEGNANDO  SOLTANTO  CIÒ  CHE  È  STATO  TRASMESSO, in quanto, per divino mandato e con l’assistenza dello Spirito Santo, piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone quella parola, e daQUESTO UNICO DEPOSITO DELLA FEDE attinge tutto ciò che propone a creder come rivelato da Dio.  È chiaro dunque, che la sacra Tradizione, la sacra Scrittura e il magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti da non potere indipendentemente sussistere e tutti insieme, SECONDO IL PROPRIO MODO, sotto l’azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime”(D.V., n. 10).

COMMENTO

La Dei Verbum individua le fonti della Rivelazione (cioè le fonti dell’unico Deposito della Fede, le fonti dell’unica dottrina di salvezza) solo nella Sacra Tradizione e nella Sacra Scrittura. Il Magistero ha un ruolo importante ma di servizio e di ponte tra i fedeli di tutti i tempi e quell’unico Deposito della fedeL’identità e il ruolo delle due fonti della Rivelazione sono chiaramente distinti e differenziati dall’identità e dal ruolo del Magistero, anche se essi, tutti insieme, ognuno nel suo ruolo proprio, contribuiscono, ognuno secondo la sua propria modalità, alla salvezza delle anime.  Le tre realtà esistono e agiscono “ognuno secondo il suo proprio ruolo”: hanno nomi diversi, identità diverse e compiti  diversi, ma sono intrinsecamente legate e simultaneamente interagenti.
TRADIZIONE E  BIBBIA,  sono  le uniche due FONTI  DELLA RIVELAZIONE. I loro insegnamenti sono trasmessi, interpretati e applicati, dal solo MAGISTERO della Chiesa Cattolica che è l’organo preposto a questa custodia e trasmissione fedele. Il Magistero, quindi, è in funzione delle due fonti della Rivelazione, non può sostituirsi ad esse, non esiste senza esse, non può diventare esso stesso Fonte di Rivelazione.
Tradizione, Bibbia, Magistero, quindi non sono identici: A) IL MAGISTERO NON È FONTE DI RIVELAZIONE,   B) LA SCRITTURA E TRADIZIONE SÌ,  SONO  FONTI DI RIVELAZIONE.  Il Magistero custodisce, spiega e interpreta la Parola di Dio scritta o orale (“Verbum Dei scriptum vel traditum”). Perciò il Magistero presuppone le due fonti della Rivelazione, le custodisce e le spiega e le comunica agli uomini di tutti i tempi, onde in senso stretto non coincide con la Tradizione.  Se invece,  si considera il Magistero nei suoi documenti ufficiali  o dogmatici allora oggettivamente, si può dire che in quei documenti o in quelle dichiarazioni  – ma solo in essi – si ritrova anche un  luogo in cui vi è la Rivelazione
La Tradizione assieme alla S. Scrittura è il “CANALE CONTENITORE”  e il “VEICOLO TRASMETTITORE della Parola divinamente rivelata. Il Magistero ecclesiastico è il ponte, l’organo”, che  applica, interpreta, definisce, guida, santifica, attualizza l’unica Rivelazione definitiva a tutti gli uomini, di tutti i tempi, di tutti i luoghi .

LE  FONTI DELLA RIVELAZIONE SONO DUE  E NON TRE!

Le due fonti della Rivelazione contengono e trasmettono il tesoro prezioso, il bene inestimabile che la Chiesa è chiamata a custodire e trasmettere a tutte le generazioni di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Il Deposito della fede è la Persona di Gesù e tutto quanto Egli ha insegnato, istituito, comandato e donato fino alla fine dei tempi. Niente e nessuno quindi può essere messo sullo stesso piano delle fonti della rivelazione. Tutto il resto è al servizio del Deposito della Fede, tutto il resto è strumento e ponte per mettere in contatto gli uomini di tutti i tempi con l’unico Tesoro prezioso, l’unico Bene inestimabile: “il sommo Bene, tutto il Bene, l’unico Bene” come diceva S. Francesco, che è Gesù. Anche il Magistero. Infatti  il Magistero interpreta e applicata “qui” ed “ora” la Rivelazione,  ma NON È LA TERZA  FONTE DELLA  RIVELAZIONE!!!  NON È  FONTE  DI RIVELAZIONE, ma è solo PONTE ALLA  RIVELAZIONE.
Se il Magistero fosse anche lui fonte di rivelazione, allo steso modo e allo stesso titolo della Bibbia e della Tradizione, dal momento che il Magistero è continuo, attraversa tutti i secoli, avremmo – contro la vera fede e la vera Tradizione – una rivelazione  continua (sic!) e sempre aperta, una rivelazione che si costituirebbe e si amplierebbe, anno per anno, secolo per secolo e quindi avremmo una creatura deviante che si metterebbe contro ciò che lo stesso Magistero ha sempre insegnato e cioè che la Rivelazione è conclusa con la morte dell’ultimo apostolo, essa “in quanto alleanza nuova e definitiva, non passerà mai, e non è da aspettarsi nessuna altra rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo (cfr. 1 Tm 6,14 e Tt 2,13)” (cfr. D.V., n. 4) cioè fino alla fine del mondo”.   Come ulteriore e stravolgente assurdità, affermiamo: se fosse vero che il Magistero è la terza fonte della rivelazione (sic!), il Papa sarebbe uguale alla Bibbia!!!!

UNITÀ  DI TRADIZIONE-BIBBIA-MAGISTERO

Unità significa che stanno e vanno sempre insieme (ognuno secondo il suo ruolo proprio e la sua propria modalità) o stanno e cadono insieme (Dei Verbum: “sono talmente connessi  e congiunti da non potere indipendentemente sussistere”).Unità non significa che l’uno si può confondere o si identificare con gli altri due, né che uno si  può far coincidere con gli altri due o con uno dei due.
1) Essi non sono dunque tre compartimenti stagni, tra realtà separate che vanno ognuna per la sua strada, ma sono tre realtà diverse e distinte che stanno e vanno sempre insieme. 2) Essi però NON SONO IDENTICI, NON COINCIDONO, NON SI POSSONO CONFONDERE, NON SONO INTERSCAMBIAMBILI  a piacimento.
3) La Bibbia non è la Tradizione o l’unica Tradizione (come pensano i protestanti e i …..catto-protestanti!); La Tradizione non è il Magistero o l’unico Magistero (come pensano i tradi-protestanti o i tradi-modernisti). Per avere la vera fede cattolica bisogna averli tutti e tre insieme, connessi  e interagenti. Se mancasse anche uno solo dei tre, non avremmo la fede cattolica, ma una setta!   I Protestanti riconoscono come unica fonte della Rivelazione la Sacra Scrittura e per giunta interpretata individualmente. La Chiesa Cattolica invece ci insegna che le fonti della rivelazione sono due: S. Scrittura e Tradizione. È una dichiarazione di fede perché è stata definita dal Concilio di Trento e da quello Vaticano I che ha ripreso le stesse parole: «La Rivelazione soprannaturale si trova nei libri scritti e nelle tradizioni non scritte, che — ricevute dagli Apostoli dalla bocca dello stesso Cristo dettandole agli stessi Apostoli lo Spirito Santo — come tramandate per mano giunsero a noi» (Dz, 783, 1787).

4) Tradizione e Bibbia – proprio perchè Fonti della Rivelazione – costituiscono il “Depositum Fidei” e sono la Regola Remota della veritàil Magistero è la Regola prossima della verità (nel senso della sua funzione di esplicitazione, attualizzazione, definizione della Rivelazione e nel senso di guida pastorale dei fedeli a vivere la pienezza della rivelazione)
Ma la REGOLA PROSSIMA è in funzione e al servizio della REGOLA REMOTA (e non viceversa!) e quindi la regola prossima è al servizio dell’Incarnazione – nei vari tempi della storia – dell’unica e definitiva rivelazione di Cristo nella sua Chiesa. Se la Regola prossima non vive più solo di servizio e di applicazione “qui ed ora” della regola remota, semplicemente decade e non è più riferimento e autorità.
La vera fede cattolica, infatti, come insegna S. Vincenzo di Lerino, è solo quella caratterizzata da universalità (“tutti”) nel tempo (“sempre”) e nello spazio (“ovunque”).
5) Il Redentore ha affidato il Deposito della Rivelazione per la sua retta interpretazione non ai singoli fedeli, né ai teologi, ma solo al Magistero ecclesiastico (“concredidit authentice interpretandum soli Ecclesiae Magisterio”)» (DS 3384, 3386). Il cardinal Pietro Parente scriveva che il Magistero è “il potere conferito da Cristo alla sua Chiesa, in virtù del quale la Chiesa docente è costituita unica depositaria e autentica interprete della Rivelazione divina” (Dizionario di Teologia dommatica, pp. 249-250).
Tra Magistero e Tradizione vi è una certa distinzione ma non separazione, ossia La Chiesa è COME UN MAESTRO(Magistero) che contiene e trasmette la Bibbia  e la Tradizione, e ne spiega il vero significato ai fedeli. Se un allievo non capisce bene il significato del libro, può chiedere spiegazione al maestro ed egli lo illuminerà. Da tutto ciò risulta la parte essenziale di servizio (non minima o addirittura contingente), che svolge il Magistero per fare da ponte con la Rivelazione, e nel dare, “tutti i giorni sino alla fine del mondo”, la retta interpretazione, applicazione, definizione ed esplicitazione, del contenuto dommatico-morale-liturgico della Tradizione e, pastoralmente, nel guidare e santificare i fedeli  a partire dall’unica Rivelazione e dentro la Rivelazione.
6) Il Magistero però mai può costituirsi egli stesso come una nuova (sic!) fonte della Rivelazione, tantomeno una rivelazione alternativa ed opposta alla Rivelazione unica e definitiva di Cristo nella sua Chiesa che si trova solo nelle due Fonti della Rivelazione, cioè nella Regola Remota.
Il Magistero è attualizzazione “qui ed ora” della Rivelazione unica (contenuta nelle due fonti); è esplicitazione della Rivelazione unica e definitiva; è definizione (a volte dogmatica) della Rivelazione unica e definitiva. Nel campo pastorale il Magistero è la guida dei fedeli a vivere la pienezza della Rivelazione; è mezzo della loro santificazione sia con i sacramenti che con gli esempi; è strumento dell’insegnamento (fedele) ai fedeli della Rivelazione unica e definitiva. Sia nel campo dottrinale che in quello pastorale il Magistero è PONTE alla Rivelazione, NON FONTE della Rivelazione. Mai, quindi, può costituirsi esso stesso come una alternativa o diversa fonte di Rivelazione, come una nuova Rivelazione opposta o in rottura (addirittura) con l’unica e definitiva Rivelazione di Cristo nella sua Chiesa. Come esempio esemplare valga per tutti il titolo attribuito al Papa: PONTEFICE MASSIMO. In latino pontefice viene da PONTIFEX, pontificis, che significa letteralmente = fare ponte, farsi ponte(pons facio = costruire ponti). Pontefice massimo dunque significa che il Papa (e quindi anche tutto il Magistero) è il massimo ponte tra gli uomini e Gesù, il massimo costruttore di ponte verso Gesù, ma lui, il Papa, non si identifica o si sostituisce (come persona) con Gesù, né può essere origine di una rivelazione differente ed opposta a quella unica e definitiva di Gesù nella sua Chiesa di sempre.  PONTE NON FONTE!!!  Al Magistero, sia straordinario che ordinario, dobbiamo rispetto ed obbedienza [“Chi ascolta voi, ascolta Me” (Lc. 10, 16)], ma se – lo diciamo a puro titolo di studio – dovesse costituirsi in alternativa alle due fonti della Rivelazione o mirare, in qualche modo, a diventare egli stesso una fonte nuova di una nuova rivelazione, perderebbe l’obbligo sia al rispetto che all’obbedienza.  Il Magistero non può contraddire la Tradizione e la Bibbia che sono le sue fonti.  Il Magistero non può contraddire se stesso, nel senso che il Magistero di un periodo non può dichiarare vero ciò che il Magistero di un altro periodo ha definito – magari dogmaticamente – falso.

È  L’INSEGNAMENTO  DELLA  BIBBIA

7) Questa posizione non ha niente a che vedere con posizioni ideologiche (tradizionalismo, modernismo, ecc.) ma è la pura e chiara posizione della Parola di Dio.  Gal  1, 6-12: “[6] Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate ad un altro vangelo.  [7] In realtà, però, non ce n’è un altro; solo che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. [8] Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anàtema!  [9] L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema!  [10] Infatti, è forse il favore degli uomini che intendo guadagnarmi, o non piuttosto quello di Dio? Oppure cerco di piacere agli uomini? Se ancora io piacessi agli uomini, non sarei più servitore di Cristo! [11] Vi dichiaro dunque, fratelli, che il vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo; [12] infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo”.  2 Gv 9-11: “[9] Chi va oltre e non si attiene alla dottrina del Cristo, non possiede Dio. Chi si attiene alla dottrina, possiede il Padre e il Figlio. [10] Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo;  [11] poiché chi lo saluta partecipa alle sue opere perverse”.

IDEOLOGIE-IDOLATRIE


Idolo viene dal greco “eídolon” = simulacro, fantasma, spettro, immagine astratta, fantasia. L’idolo, dunque, è come una allucinazione, una proiezione fantastica, un’illusione, inesistente ed irreale in se stessa, ma reale nella coscienza allucinata di chi lo costruisce. L’idolo  è creato  dalle  mani  dell’uomo (cfr. Sal 115,4 7; cfr. Sal 135,15 18). La Chiesa è solo quella creata da Gesù, modellata da Gesù, indicata da Gesù, istituita da Gesù, che si costituisce, vive e cammina nella storia solo con le caratteristiche, l’identità e la missione che le ha dato il Suo unico Fondatore e Signore. Solo dove c’è Tradizione, Bibbia e Magistero con l’identità, le caratteristiche e i ruoli determinati da Gesù e solo dove queste tre realtà sono strettamente riunite tutte e tre insieme, connesse e interagenti, ognuna nel suo ruolo e con le sue modalità,  secondo il progetto di Gesù indicato nella Dei Verbum, allora c’è l’unica e vera Chiesa di Cristo. Tutte le altre costruzioni arbitrarie, fuori e/o contro questo progetto divino sono solo sottili, magari abili ma inutili e dannosi vitelli d’oro, costruiti dalla superbia dell’uomo. In questo caso al culto di Dio e indicato da Dio stesso, alla sola Chiesa indicata e voluta da Gesù, viene sostituito un idolo e una trappola mortale, la chiesa-idolo inventata da un uomo che inevitabilmente uccide, perché non può salvare, e dietro, come sempre, in queste manipolazioni tenebrose c’è il culto all’uomo che vorrebbe sostituire il culto a Dio e, in definitiva, come sempre, sostituirsi a Dio.

                                                                                                                                                                                 Riccardo  Piccarreta



LEZIONI  DI  DOGMATICA  E  DI  ECCLESIOLOGIA – 2

L’ECCLESIOLOGIA  STORICISTA  DI  HANS KÜNG

[…] Küng rappresenta l’inventore degli schemi concettuali che reggono le tante proposte rivoluzionarie avanzate in questi mesi da teologi ed esponenti dell’episcopato mondiale in occasione del Sinodo straordinario sulla famiglia indetto da Papa Francesco.

Autore   Antonio Livi
Il teologo svizzero Hans Küng, nella sua lunga vicenda umana e intellettuale, non ha mai dismesso il suo “abito di scena”, che è quello del “cattivo maestro” in polemica con il magistero autentico della Chiesa cattolica. I suoi temi prediletti sono quelli che ieri venivano riproposti dall’arcivescovo di Milano, cardinale Carlo Maria Martini, e oggi vengono volgarizzati dalla letteratura pseudo-profetica di Enzo Bianchi. Sono la riforma della Chiesa, l’abolizione del primato pontificio, una “nuova” morale indirizzata ad attuare la “rivoluzione sessuale” sessantottina — di stampo freudiano-marxista —, la concessione del sacerdozio alle donne, l’eutanasia. Ultimamente Küng, ammalato di Parkinson, è giunto ad annunciare l’intenzione di ricorrere egli stesso al suicidio assistito, a imitazione del cardinal Martini.
  Il Reverendo Hans Küng in una foto giovanile
La carriera di Küng inizia negli anni Sessanta con interventi significativi nella fase preparatoria del Concilio. Con l’andar del tempo, le sue posizioni di aperta contestazione hanno trovato sempre più spazio sui giornali, con articoli o con interviste mirate su questo o su quel tema, conquistando cosi una significativa notorietà non solo dentro i circoli teologici, ma anche presso il grande pubblico. Uno degli snodi della sua battaglia polemica e stata ed è la virulenta contestazione dell’enciclica Humanae Vitae di Paolo VI: l’ideale sacramentale — e perciò certamente divino, ma proprio per questo misterioso — della famiglia e della procreazione cristiane viene ridotto da Küng a restaurazione medievale, fino ad accusare il documento paolino e le successive affermazioni dei pontefici sul tema, «la causa principale della diffusione dell’Aids nel mondo».
La polemica di Küng, negli anni, ha investito innanzitutto il pontificato di san Giovanni Paolo II [vedere quiquiquie poi di Benedetto XVI [vedere quiqui] il primo considerato reazionario, il secondo addirittura scismatico. Ma è sul beato Paolo VI, il papa che portò a compimento il Vaticano II, che infierì la polemica del teologo svizzero, che non poteva tollerare la sua genuina intuizione riformatrice del Concilio, alla quale opponeva una chiave di lettura fuorviante — perché storicistica e umanistica — che faceva leva sul «concilio deimass media», come acutamente ebbe poi a dire Benedetto XVI.
Küng rappresenta l’inventore degli schemi concettuali che reggono le tante proposte rivoluzionarie avanzate in questi mesi da teologi ed esponenti dell’episcopato mondiale in occasione del Sinodo straordinario sulla famiglia indetto da Papa Francesco. Sarà dunque istruttivo tracciare un profilo dottrinale dell’ecclesiologia del teologo svizzero. L’ecclesiologia di Hans Küng merita infatti di essere ben conosciuta perché oggi essa non ha un peso teologico marginale, anzi costituisce proprio l’ideologia filosofico-religiosa dominante in ambito cattolico. Le categorie concettuali e le fonti letterarie principali sono quelle della Riforma luterana e della filosofia religiosa di matrice luterana, rappresentata nell’Ottocento dal sistema idealistico di Georg Friedrich Hegel e nel Novecento dalla «dogmatica ecclesiale» — die Kirchliche Dogmatik — di Karl Barth. I capisaldi di questa ideologia filosofico-religiosa sono rappresentati dallo storicismo e dalla dialettica immanentistica. La Chiesa cattolica viene così interpretata come un momento storico della dialettica dello Spirito — inteso, questo, non tanto come loAgion Pneuma del dogma cattolico quanto piuttosto come «der Geist» di Hegel —, la quale mira a uno svolgimento nel prossimo futuro che vedrà, come prima tappa, l’abbattimento delle barriere dottrinali tra cattolici e protestanti — con la piena accettazione della concezione luterana della «giustificazione per sola grazia» — e la costituzione di una sola “Chiesa di Cristo” (ecumenismo). Infine, come seconda e definitiva tappa, la costituzione di una “Chiesa universale” su base esclusivamente etico-politica (la «Weltethik»). Tale ideologia pervade oggi, come sottofondo ben identificabile a un’attenta analisi concettuale, la maggior parte delle proposte, dottrinali o pastorali, dei teologi cattolici più in vista, a cominciare da Karl Rahner, che lo stesso Hans Küng considera un maestro e un modello nell’adottare in teologia la dialettica di Hegel (1).
Questi teologi cattolici, molti dei quali divennero vescovi, esercitarono una ben documentata influenza sui lavori del Vaticano II, per poi assumere il ruolo (arbitrario) degli unici interpreti autorevoli del Concilio nel successivo cinquantennio, fino ad arrivare, oggi, alla preparazione e allo svolgimento dei lavori del duplice Sinodo sulle possibili modifiche della prassi pastorale in relazione ai problemi delle famiglie.
Figura di spicco di questa corrente teologica è il cardinale Walter Kasper, sostenuto da gran parte dell’episcopato tedesco e in Italia da altri teologi divenuti cardinali come Dionigi Tettamanzi e Gianfranco Ravasi. La sua tesi più caratteristica, in linea con le proposte teologico-morali di Hans Küng, è la necessità di accelerare il processo di riforma della Chiesa con un più deciso adattamento alla coscienza morale degli «uomini del nostro tempo» e l’allineamento con la prassi delle comunità ecclesiali protestanti e ortodosse. Nel suoi discorsi il Leitmotiv è la necessità di de-dogmatizzare la Chiesa cattolica, cominciando da una nuova pastorale della famiglia separata e indipendente dalla dottrina sui sacramenti, provvisoriamente non abolita ma tenuta in disparte (2). In Italia, l’ideologia ecclesiologica di Hans Küng, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto “ecumenico”, è divulgata e incessantemente riproposta da Enzo Bianchi, “priore” della comunità di Bose, molto ascoltato dalla maggioranza dei vescovi e anche presso la Santa Sede (3).
  Foto del Dott. Enzo Bianchi vestito da monaco (immagine pubblica reperibile su qualsiasi motore di ricerca internet)

I PRESUPPOSTI DOTTRINALI DEL PROGETTO KUNGHIANO DI RIFORMA DELLA CHIESA CATTOLICA

 Per comprendere bene, nei suoi contenuti teorici e nella sua portata pratica, l’ecclesiologia di Hans Küng, è indispensabile accennare ad alcuni dati biografici, sulla scorta delle opere nelle quali il teologo svizzero ha narrato il processo della sua formazione intellettuale (4). Da questi dati risulterà assai chiaramente l’indole luterano-idealistica delle sue intenzioni riformatrici e del suo ideale di vita ecclesiale cattolica, sulla base della sua particolare concezione del sacerdozio e della pastorale, presenti in ogni sua opera, dalla giovanile  Rechtfertigung alle opere della maturità come Existiert Gott? e al “manifesto” conclusivo della “Chiesa futura”, ossia il Projekt Weltethos.

Reinhard Marx, Arcivescovo Metropolita di München, durante un incontro interreligioso di preghiera
Hans Küng, nato nel 1928, si forma in un ambiente dove si pratica di fatto un certo “dialogo inter-religioso”, per via del contatto quotidiano, nella stessa classe, con cattolici, protestanti ed ebrei (5). Anche se aveva pensato di diventare medicoo architetto, «tendeva a qualcosa che fosse insieme più spirituale e più concreto, più utile ai giovani, perciò decise di diventare sacerdote e teologo cattolico» (6). In seguito, tali tendenze diverranno molto più accentuate, avranno cioè più evidenza e risonanza nella sua produzione. Lo dimostrano opere comeWahrhaftigkeit Christ sein, e poi la sua attività romana come assistente spirituale di impiegati e a Sursee come predicatore in ospedale (7).
     Roma, lo storico ingresso del Pontificio Collegio Germanico-Ungarico
Giunto a Roma, nel 1948, Küng entra come seminarista al Pontificio Collegio Germanico e studia filosofia e teologia all’Università Gregoriana. Al Germanico, in quegli anni, vi si trovavano studiosi quali Emerich Coreth, Wilhelm Klein, W. Kern, tutti impegnati nello studio della filosofia hegeliana. Proprio in quel periodo, nel 1952, Coreth aveva dato alle stampe un suo saggio, intitolato Das dialektische Sein in Hegels Logik. Come afferma lo stesso Küng, da lui egli imparò a interpretare la spiritualità sacerdotale e lo zelo pastorale  in termini storicistici e dialettici, in opposizione frontale con le direttive dottrinali del Magistero di Pio XII, che includevano anche la raccomandazione di non abbandonare la metafisica e la logica insite nella tradizione teologica cattolica:
   Padre Wilhelm Klein
«Probabilmente non avrei resistito in quei sette anni senza il mio padre spirituale al Collegio Germanico, Padre Wilhelm Klein, il quale – preparato da una molteplice attività come professore di filosofia, come provinciale della provincia gesuita della Germania del Nord e come visitatore per la Compagnia di Gesù dalla Scandinavia fino al Giappone – portava con sé un orizzonte di vedute raro e molto ampio […]. Egli era anche l’uomo che per primo mi rese attento riguardo a molti problemi filosofici e teologici scottanti. Con lui parlavo soprattutto di Hegel e poi di Karl Barth. E a lui per primo mostravo i miei brevi manoscritti teologici, che redigevo da solo e che egli per lo più prima stroncava nel modo più tagliente per poi costringermi ad un pensare veramente dialettico, che includesse già nella sintesi anche il contrario» (8).  E fu proprio Klein che indusse «in maniera decisiva» il giovane Küng a scegliere come argomento di tesi dottorale la teologia barthiana. In un altro suo libro, Küng, nel ringraziare per l’aiuto ricevuto nella stesura del testo, ricorda con gratitudine Coreth, Klein, Kern come suoi «venerabili maestri al Collegio Germanico-Ungarico in Roma», che, insieme ad altri, «mi hanno dato suggerimenti decisivi per la mia teologia in generale e per la comprensione di Hegel in particolare» (9).
 Negli anni che vanno dal 1951 in poi Küng si dedica principalmente allo studio della teologia dialettica di Barth, e sul teologo di Basilea redige nel 1955 la tesi di Licenza sotto la guida di uno dei suoi professori di dogmatica alla Gregoriana, cioè Maurizio Flick, che poi sarebbe divenuto famoso per la sua teoria sulla riduzione del dogma del peccato originale a mero mito delle origini.
E a Barth Küng riconosce poi di essere riconoscente per avergli consentito di comprendere la valenza propriamente teologica della filosofia di Hegel, cancellando quindi non solo la distinzione tra teologia cattolica e teologia luterana ma anche tra teologia e filosofia. Rechtfertigung. Die Lehre Karl Barths und eine katholische Besinnung è la prima opera di Küng e  dimostra la passione con cui il teologo di Tübingen si dedicò ad assimilare il pensiero barthiano nei sette anni di permanenza al Collegio Germanico; lo stesso Karl Barth volle poi sottolinearlo pubblicamente: «La mia gioia proviene anzitutto dall’apertura e dalla fermezza con la quale lei, al Collegio Germanico di Roma […] quale coraggioso compatriota ha studiato pure i miei libri ed ha chiarito dialetticamente a se stesso il fenomeno teologico che vi riscontrava» (10).
Altro autore studiato con passione era de Lubac, allora al centro di inevitabili polemiche per il suo libro Surnaturel. Études historiques (Paris 1946) che metteva in discussione la dottrina tradizionale circa la gratuità dell’ordine soprannaturale.
Tali dispute, insieme a quelle su altri problemi relativi al poligenismo, all’evoluzionismo, al comunismo, condussero alla decisa presa di posizione di Pio XII con l’enciclica Humani generis (1950). Lo studioso cattolico Antonio Russo, dell’Università di Trieste, ammiratore di Henri de Lubac e di conseguenza molto comprensivo nei riguardi di Küng, dipinge a tinte fosche la situazione dottrinale, pastorale e disciplinare della Chiesa pre-conciliare, immedesimandosi nella visione della Chiesa che era tipica dei progressisti, e con loro del giovane seminarista svizzero Hans Küng: «In quegli stessi anni, poi, il clima spirituale dominante a Roma è tutt’altro che aperto alle novità. Riviste come La Civiltà Cattolica ospitano non di rado articoli come Perenne vitalità del PapatoAzione pacificatrice del Papato nelle età anticheAzione pacificatrice e caritatevole del Papato nell’età contemporaneaIl Vaticano faro di progresso culturale. Si scomunicano i comunisti e chi offre loro appoggio; si indicono solenni pellegrinaggi, atti di devozione mariana e di “entusiasmi addirittura plebiscitari”; si proclama il dogma dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, l’Anno Santo del 1950, l’Anno Mariano del 1954. Il giovane teologo, comunque, vive continuamente a contatto sia con la “teologia romana” sia con l’ambiente spirituale e culturale del Germanico, trovandosi a disagio e in pericolo di far naufragare la suaconversio romana. Tanto che le sue letture si orientano verso l’approfondimento di posizioni e autori come Hegel, de Lubac, ma soprattutto di Karl Barth, il cui studio lo plasmerà in maniera duratura, perché gli aprirà “den Zugang zur evangelischen Theologie”, spingendolo ad appassionarsi per la teologia» (11).
Come si vede, l’influsso ricevuto da Küng nei primi anni della sua formazione è di stampo decisamente luterano, e luterana è la concezione di Chiesa e di teologia ecclesiale che fin dagli inizi orienta i suoi studi. Il risultato è un metodo teologico che procede a partire dalla  sostanziale eliminazione del magistero ecclesiastico – soprattutto quello pontificio – come criterio di base per l’interpretazione scientifica della fede. Anche la vita concreta della Chiesa – la liturgia, la pietà popolare – è vista come “da fuori”, come qualcosa da superare o eliminare del tutto perché appartenente alla “Chiesa del passato”, che deve lasciare spazio alla “Chiesa del futuro”.
Küng avverte un aspro fastidio verso il culto mariano che la Chiesa professa  e pratica, e
conseguentemente è portato a svalutare, non solo della devozione popolare ma anche un solenne pronunciamento dogmatico come quello del 1954 relativo all’Assunzione in Cielo, in corpo e anima, della Beata Vergine Maria. Avendo disconosciuto la potestas docendi della Chiesa gerarchica, Küng al posto del Magistero adotta come criterio-guida per la teologia, ossia per l’interpretazione di quella che Küng chiama sempre «der christlischer Glaube» (mai «der katholischer Glaube»), il pensiero del luterano Karl Barth, il quale a sua volta introduce Küng a una pratica della teologia ispirata esclusivamente alla dialettica hegeliana.

LE CONSEGUENZE TEOLOGICHE DELL’ADOZIONE DELLA DIALETTICA HEGELIANA

Occorre rilevare a questo punto che queste premesse metodologiche fanno sì che il discorso  sulla Chiesa svolto da Küng non sia propriamente teologico: nessuna delle sue tesi può essere considerata – da un punto di vista rigorosamente critico-epistemologico – come ipotesi scientificamente ammissibili, come una quaestio teologica disputata, perché il metodo da lui seguito non è affatto quello proprio della teologia ecclesiale ma è piuttosto quello di una “filosofia religiosa”, nel senso preciso che io do a questo termine nel mio trattato su Vera e falsa teologia (12). e che il pensiero di Küng sia da considerare mera “filosofia religiosa” dipende non solo dal fatto che si ispira alla dialettica di Hegel – il quale esplicitamente riduce la teologia cristiana alla filosofia, e questa a una «Phanomenologie des Geistes» (13) – , ma anche dal fatto che nemmeno il pensiero di Barth trascende gli angusti limiti metodologici della “filosofia religiosa”; infatti, come ebbi a ribadire anche in un dialogo epistemologico con Brunero Gherardini (14), il presupposto luterano della «sola Scriptura», con l’esclusione a prioridel magistero ecclesiastico dalla determinazione scientifica dell’oggetto della teologia (che altro non può essere se non la fede della Chiesa), fa sì che ciò che lo studioso denomina «derchristlischer Glaube» o «das Wort Gottes» resti indeterminato, o comunque determinato soltanto da scelte soggettive, e quindi ridotto a dati ricavabili solo dall’incerta fenomenologia della coscienza individuale o storico-comunitaria, quella che è deputata a interpretare la Scrittura senza bisogno di un magistero ecclesiastico. Ora, non si può elaborare una scienza senza la chiara determinazione del suo specifico oggetto, al quale dipende poi l’adozione del metodo più adeguato a interpretarlo. Una teologia che non abbia per oggetto la fede della Chiesa (e non il «sentimento di fede» soggettivo di qualcuno, all’interno o al di fuori della Chiesa) non può essere considerata “teologia” nel senso cattolico del termine, ossia come teologia ecclesiale. E, all’interno di tale teologia, l’ecclesiologia di chi non collega direttamente ed essenzialmente la fede della Chiesa al magistero della Chiesa si riduce a un ambiguo discorso religioso che poi finisce per adottare i temi e i modi retorici di una a ideologia socio-politica, come è avvenuto con le ultime opere di Hans Küng, come Projeckt Weltethos, che ben poco si differenziano, nella sostanza, da analoghe opere di propaganda dell’ideologia universalistica di ispirazione teosofica o massonica. Infatti, per esplicita ammissione di Küng, solo a seguito dell’incontro con le opere di Barth: «wurde mir klar, was Theologie als Wissenschaft sein kann. Barths kritischkonstruktive Auseinandersetzung mit der gesamten christlichen Tradition […] setzte für mich bleibende Masstäbe theologischen Denkens und Handelns» (15).
  Dall’opera Ballo in mascheradonna arcivescovo. Segue sotto a destra una foto tratta dall’operaMistero buffodonne-prete
Per dirla in termini ancora più espliciti, e anche più rigorosi dal punto di vista epistemologico, l’ecclesiologia di Hans Küng non va considerata come “una teologia con qualche errore”: essa è piuttosto la negazione stessa della “teologia come scienza” (die Theologie als Wissenschaft), in quanto il modo di riferirsi alla Chiesa di Cristo – quel mistero della fede cristiana che la scienza teologica dovrebbe assumere come proprio oggetto specifico e prendere in esame – mostra chiaramente che Küng si riferisce ad altro. Quando parla di “ecumenismo”, sembra che si riferisca semplicemente a qualcosa di  sociologicamente rilevabile – che egli individua nel “minimo comun denominatore” delle varie “confessioni di fede” elaborate dalle comunità cristiane. Questo  qualcosa di  sociologicamente rilevabile gli serve poi –  proprio come fa Hegel nel disegnare le sue sintesi storiche della coscienza religiosa –  per elaborare il progetto della “religione universale”, che segnerebbe il superamento della Chiesa cattolica e di tutte le altre confessioni cristiane, nell’unità dialettica con l’Islam, con il buddismo, con l’induismo e anche con l’ateismo. Le richieste che oggi Küng avanza per accelerare la “riforma della Chiesa” (l’annullamento di fatto del magistero ecclesiastico e soprattutto del primato del Papa, la sinodalità nel governo della Chiesa, abolizione del celibato ecclesiastico, l’ammissione delle donne al sacerdozio ordinato, il riconoscimento del matrimonio omosessuale, l’accettazione dell’eutanasia eccetera) non sono altro che la preparazione di  ciò che ineluttabilmente avverrà domani, quando si realizzerà pienamente il destino insito nell’essenza stessa della Chiesa come fenomeno (= manifestazione momentanea) dello Spirito.

Nulla di diverso, sia nei termini che nei concetti, da quello che Hegel diceva  nell’opera giovanile Lo spirito del cristianesimo e il suo destino; ma nulla di simile a quello che è un discorso propriamente teologico, che inizia con l’accettazione senza riserve della verità rivelata (il dogma) e continua con l’elaborazione di ipotesi di interpretazione razionale  che hanno come strumento privilegiato la metafisica. Come giustamente aveva osservato all’inizio del Novecento Réginald Garrigou-Lagrange, in polemica con i modernisti e con i teologi cattolici convinti di  poter conciliare il dogma con l’evoluzionismo di Bergson, la verità della fede, contenuta nelle “formule dogmatiche”, non può essere compresa dai credenti se non sulla base delle evidenze del “senso comune”, che sono sostanzialmente di natura metafisica e che a loro volta costituiscono la premessa razionale per l’interpretazione scientifica del dogma, ossia per la teologia (16). In effetti, senza la metafisica e senza la logica che ad essa è intrinsecamente collegata, soprattutto senza il principio di non-contraddizione, il dogma non è più la verità divina custodita dalla Chiesa ma può e deve essere contraddetto dialetticamente, in conformità con i mutamenti culturali e sociali (17). Questo è quanto arriva a sostenere Küng in die Kirche (1967) e in Unfehlbar? Eine Anfrage (1970): «Ogni formula di fede, non solo nell’individuo ma anche nella chiesa intera, resta imperfetta, incompleta, enigmatica […] questa frammentarietà non si fonda soltanto sul carattere spesso polemico e angusto delle formule dottrinali della chiesa, ma sul carattere necessariamente dialettico di ogni umana affermazione della verità […]. Ogni proposizione può essere vera e falsa» (18).  Sicché non sorprende che la Congregazione per la dottrina della fede emanasse il seguente monitum:
   Il Cardinale Franjo Šeper (Osijek, 2 ottobre 1905 – Roma, 30 dicembre 1981) all’epoca prefetto della Congregazione per la dottrina della fede
«La Congregazione per la dottrina della fede adempiendo il proprio compito di promuovere e tutelare la dottrina della fede e dei costumi in tutta la chiesa ha sottoposto all’esame le due opere del professore Hans Küng, La chiesa e Infallibile? Una domanda, che sono state pubblicate in diverse lingue. Con due diverse lettere, datate rispettivamente 16 maggio 1971 e 12luglio 1971, la congregazione notificò all’autore le difficoltà che trovò nelle sue opinioni e lo pregò che spiegasse per iscritto come tali opinioni non contraddicano la dottrina cattolica. Con una lettera del 4 luglio 1973 la congregazione offerse al professore Küng una ulteriore possibilità di spiegare le proprie idee mediante un colloquio. Con una sua lettera del 4 settembre 1974 il prof. Küng tralasciò anche questa possibilità. D’altra parte con le sue risposte non provò che alcune opinioni circa la chiesa non contraddicano la dottrina cattolica ma continuò a sostenerle anche dopo la pubblicazione della dichiarazione Mysterium ecclesiae. Perciò affinché non rimangano dubbi circa la dottrina che la Chiesa Cattolica professa e perché la fede dei cristiani non sia in alcun modo offuscata, questa sacra congregazione, richiamando la dottrina del magistero esposta nella dichiarazione Mysterium ecclesiae dichiara: Nelle opere sopradette del prof. Hans Küng sono contenute alcune opinioni che, in diverso grado, si oppongono alla dottrina della Chiesa Cattolica che deve essere professata da tutti i fedeli. Notiamo soltanto le seguenti di maggior rilievo prescindendo ora da un giudizio circa alcune altre che il prof Küng difende. L’opinione che pone almeno in dubbio lo stesso dogma di fede della infallibilità della Chiesa e lo riduce ad una certa fondamentale indefettibilità della Chiesa nella verità, con la possibilità di errare nelle sentenze che il magistero della Chiesa in modo definitivo insegna di credere, contraddice la dottrina definita dal concilio vaticano I e confermata dal concilio vaticano II. Un altro errore che pregiudica gravemente la dottrina del prof. Küng riguarda la sua opinione sul magistero della Chiesa. In realtà egli non si attiene al genuino concetto del magistero autentico secondo il quale i vescovi sono nella chiesa “dottori autentici, cioè rivestiti dell’autorità di Cristo e che predicano al popolo loro affidato la fede da credere e da applicare nella vita pratica”; infatti “l’ufficio di interpretare autenticamente la parola di Dio scritta o trasmessa è affidato al solo magistero vivo della Chiesa”. Anche l’opinione già insinuata dal prof. Küng nel libro La Chiesa e secondo la quale l’eucarestia, almeno in casi di necessità, può essere consacrata validamente da battezzati privi dell’ordine sacerdotale, non può accordarsi con la dottrina dei concili Lateranense IV e Vaticano II» (19).
 Nel 1979 a Hans Küng venne revocata la missio canonica relativa l’insegnamento della teologia cattolica.

UN  GIUDIZIO  DEL  MAGISTERO  SULL’ECCLESIOLOGIA  STORICISTICA


Padre Anthony De Mello S.J. ed il suo libro: Brevetto di volo per aquile e polli.
L’ecclesiologia storicistica di Hans Küng, divulgata da tanti autori di saggistica teologica, ha trovato una puntuale condanna in una nota della Congregazione per la dottrina della fede. Essa riguarda direttamente non il teologo svizzero ma un suo epigono indiano, il gesuita Anthony De Mello. Nel documento della Congregazione, reso noto nel 1998 — lo stesso anno in cui Papa Giovanni Paolo II pubblicava l’enciclica Fides et ratio — si legge che nelle opere di De Mello si osserva: «un progressivo allontanamento dai contenuti essenziali della fede cristiana. Alla rivelazione avvenuta in Cristo egli sostituisce una intuizione di Dio senza forma né immagini, fino a parlare di Dio come di un puro vuoto. […] Le religioni, inclusa quella cristiana, sono uno dei principali ostacoli alla scoperta della verità. Questa verità, d’altronde, non viene mai definita nei suoi contenuti precisi. Pensare che il Dio della propria religione sia l’unico è, semplicemente, fanatismo. “Dio” viene considerato come una realtà cosmica, vaga e onnipresente. Il suo carattere personale viene ignorato e in pratica negato».

Enzo Bianchi, teatro Donizetti di Bergamo, 20 settembre 2012 (immagine pubblica reperibile su tutti i motori di ricerca internet)
Si tratta della concezione hegeliana dell’Assoluto che non è trascendente, non è personale, ma si identifica con il divenire dialettico dello Spirito e quindi con la Storia. La Chiesa cattolica, una volta negato il valore assoluto della verità rivelata, è relativizzata e ridotta a momento transitorio dello sviluppo della coscienza di un’umanità destinata all’unitàglobalizzata su base etica. Cristo – dice ancora il documento firmato da Josef Ratzinger – viene a essere considerato «come un maestro accanto ad altri. […] Non viene riconosciuto come il Figlio di Dio ma semplicemente come colui che ci insegna che tutti gli uomini sono figli di Dio». In questa denuncia del Magistero ritrovo la condanna a priori di quell’ umanesimo ateo che ho rilevato tante volte negli scritti di un altro epigono del teologo svizzero, ossia Enzo Bianchi, che arriva a qualificare Cristo come semplice “creatura” [Ndr. Vedere precedente articolo di Antonio Livi, qui].

NOTE

  • Cfr Hans Küng, Menschwerdung Gottes. Eine Einfürung in Hegels theologisches Denken als Prolegomena zu einer künftigen Christologie, Verlag Herder, Freiburg – Basel – Wien 1970, p. 643: «Nella teologia cattolica più recente è stato Karl Rahner ad aprire nuovi orizzoni […]. Lo spirito insigne che aleggia sullo sfondo di questo approfondimento […] altri non è se non Hegel, anche se non mancano nemmeno influssi heideggeriani. I suoi sporadici tentativi di distanziarsi da Hegel in argomenti secondari non fanno che confermare questo fatto» (traduzione mia).
  • Vedi Antonio Livi, in La Nuova Bussola Quotidiana, 10 ottobre 2014.
  • Vedi Antonio Livi, in La Nuova Bussola Quotidiana, 10 febbraio 2012.
  • Cfr Hans Küng, Erkämpfte Freiheit. Erinnerungen, München 2002; Idem, Umstrittene Wahrheit. Erinnerungen, München 2007.
  •  Cfr Hans Küng, La giustificazione, trad. it. di T. Federici, Editrice Queriniana, Brescia 1969, p. 21.
  • Hans Küng. Weg und Werk, a cura di Häring und K. J. Kuschel, Piper Verlag, München 1978, p. 123.
  • Cfr Hans Küng, intervista ad A. W. Scheiwiller, “Unbequeme Eidgenossen: Hans Küng der kirchentreue Reformator”, in Woche, 14 giugno 1972, p. 23.
  • Hans Küng. Weg und Werk, cit., p. 128.
  • Hans Küng, Incarnazione di Dio in Hegel. Prolegomeni per una futura cristologia, trad. it., Queriniana, Brescia 1970, p. 10.
  • Karl Barth, Geleitbrief, in Hans Küng, RechtfertigungDie Lehre Karl Barths und eine katholische Besinnung, Johannes Verlag, Einsiedeln 1957 cit.; trad. it: Lettera all’autore, in Hans Küng, La giustificazione, cit., p. 8.
  • Antonio Russo, «Hans Kung e la teologia come scienza», in Studium, 106 (2010), pp.185-206, qui p. 188.
  • Cfr Antonio Livi, Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca “filosofia religiosa”, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2012.
  • Vedi Antonio Livi, Vera e falsa teologia, cit., pp. 141-148.
(14) Cfr Antonio Livi, Qualche chiarimento, in dialogo con estimatori e critici, in Verità della teologiaDiscussioni di logica aletica a partire da Vera e falsa teologia”, di Antonio Livi, a cura di Marco Bracchi e di Giovanni Covino, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2014, pp. 167-185.
(15) Hans Küng. Weg und Werk, cit., p. 137.
(16) Cfr Réginald Garrigou-Lagrange, Le Sens commun, la philosophie de l’être et les formules dogmatiques, Beauchesne, Parigi 1912; trad. it.: Il senso commune, la filosofia dell’essere e le formule dogmatiche, a cura di Antonio Livi e di Mario Padovano, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2013.
(17) Vedi in proposito Antonio Livi, Razionalità della fede nella Rivelazione. Un’analisi filosofica alla luce della logica aletica, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2005.
(18) Hans Küng, Die Kirche, Herder, Freiburg im Breisgau 1967, p. 397.
(19) Congregazione per la dottrina della fede, Monitum, 15 febbraio 1975.

 BIBLIOGRAFIA

 Louis Bouyer, «Ecumenismo senza scavalcamenti», in Studi cattolici, 13 (1969), pp. 30-35.
Pier Carlo Landucci, «Ecco Hans Küng», in Studi cattolici, 22 (1979), pp. 549-54.
Luigi Iammarrone, Hans Küng eretico. Eresie cristologiche nell’opera “Christ sein”,Edizioni Civiltà, Brescia 1977.
Luigi Iammarrone, Teologia e cristologia. “Dio esiste”, di Hans Küng, Edizioni Quadrivium Genova 1982.
Antonio Livi, «Dogma e Magistero dopo il “caso Küng”», in Studi cattolici, 24 (1980), pp. 171-177.
Antonio Livi, Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca “filosofia religiosa”, seconda edizione aumentata, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2012, pp. 241-246.
Emanuele Samek Lodovici, «Il dogma infallibile di Han Küng», in Studi cattolici, 16 (1971), pp. 171-177.

Emanuele Samek Lodovici, «La via a Hegel di Hans Küng», in Studi cattolici, 16 (1971), pp. 243-251.