sabato 14 settembre 2019

L’OSSESSA DI PIACENZA (QUARTA PARTE)


L’OSSESSA DI PIACENZA
Intervista col diavolo
Cronaca di Alberto Vecchi
(QUARTA PARTE)

GLI STREGONI

Al sesto esorcismo, avvenuto il 6 giugno, l’esorcista chiese all’ossessa:
“Per quanto tempo sei stato confinato in questo corpo?”.
“Per tutta la vita”. Ed era sua intenzione di farla morire presto. Alludeva al mandante, un Don Rodrigo da strapazzo, un compagnone violentemente innamorato della signora, ancora ben noto ai sopravvissuti.
“In che giorno e in che mese avrebbe dovuto morire?”.
“Qui di novembre”.
“All’ottavo esorcismo, avvenuto l’11 giugno, fu chiesto:
“Esistono veramente gli stregoni?”.
“Sì”.
“Che cosa fanno?”.
“Sono persone capaci di far del male agli altri”.
“Traggono potere dal demonio?”.
“Sì”.
“Hanno comunicazione diretta col demonio?”.
“Sì”.
“Che cosa è necessario per essere stregoni?”.
Con molta importanza, lo spirito, facendo cadere le parole dall’alto, rispose:”Tanti libri, tante bacchette, tante cose …”.
“A che cosa servono?”.
“Sono tutti comando”.
“Uno stregone può essere buono p è sempre cattivo?”.
“Anche buono”.
“Buono in che senso?”.
“Buono a vista di tutti; ma, interiormente, no”. Terribile risposta!
“Gli stregoni hanno venduto l’anima al demonio?”.
“Quasi”.
“Quanti stregoni ci sono nel piacentino?”.
“Sette”.
“Dove si trovano”.
“Non lo posso sapere”.
“Dimmelo”.
“Non posso”.
“Mi hai pur detto i nomi dei primi tre”. Si trattava dei tre stregoni pagati dal don Rodrigo perché congiurassero contro la signora.
“Ho detto il nome di quelli che hanno fatto il male. Gli altri stanno a casa sua (sic)”. E non ne uscì di più.
Questi colloqui narrati così alla svelta debbono in realtà essere immaginati come continuamente spezzati in luoghi, spossanti alterchi, in continui tentativi di tergiversazione e di inganno nelle risposte dello spirito, in frequenti scongiuri dell’esorcista, il che trascinava il colloquio per ore e ore.
“Quanti ossessi ci sono oggi nel piacentino?”, chiese poi l’esorcista.
“Più di trenta”.
“Come spiegano i medici queste ossessioni?”.
“Niente in tutto”.
“Dì la verità”.
“Non capiscono niente con la loro scienza. Le spiegano come forme di pazzia”.
“Nei manicomi ce ne sono molti di ossessi?”.
“Tanti”.
“E nel ,manicomio di Piacenza?”.
“Ce ne sono due”.
“Dove?”.
“Nel reparto donne”.
“Come si chiamano”.
“Non te lo posso dire”.
“Ti impongo di dirmelo”.
“ Non insistere, perché non posso. Ti darei dei nomi che non esistono”.
Dopo una lunga serie di botte e risposte, i P. Pier Paolo dovette desistere anche su questo punto. Ma gli premeva sapere un’altra cosa.
“Che cosa deve fare questo corpo per non essere più invaso?”.
“Deve darsi a quell’uomo”.
“Taci, spirito immondo, e rispondi solo alla mia domanda”.
“Deve abbracciare quell’uomo”.
Il suicidio respinto innamorato poteva contento di tanto alleato.

ESLENDER

Gli esorcismi si susseguivano inesorabilmente. Lo spirito era pur sempre altezzoso, ma non così sicuro di sé come le prime volte. Nei momenti più critici l’esorcista ricorreva all’invocazione del Trisagio e brandiva la teca del santo legno della croce. Alla vista della Croce, l’ossessa indietreggiava, inorridita, e volgeva il capo indietro, emettendo un ruggito sordo e selvaggio, mentre sul volto le si dipingeva un ghigno spaventoso. Gli occhi avevano un lampeggiare sinistro. Ed essa, improvvisamente, si volgeva e cercava, ma inutilmente, di lanciarsi contro il legno con rabbia, con odio, con desiderio violento di abbatterla e di distruggerla. Ma il desiderio d’odio dello spirito cozzava sempre come contro delle barriere insuperabili.
“Che dobbiamo fare per farti uscire più presto?” aveva chiesto P. Pier Paolo alla fine dell’ottavo esorcismo.
Nel silenzio profondo della sala, lo spirito, con calma, con solennità, aveva risposto: “Pregare”.
E infatti con la preghiera erano state combattute le forme del male. Pare che alcuni compagni dello spirito – forze, come egli le chiamava – fossero già stati costretti ad andarsene. Tra questi, molto potente, Eslender. (I nomi dei demoni erano stati attribuiti loro dagli stregoni).
Al nono esorcismo il Padre chiese : “Dov’è andato Eslender?”.
“Nel corpo di Gilda” rispose. (Si trattava della sorella dell’ossessa).
“Perché?”.
“Perché non l’avevi destinato”.
“Tu menti: io l’avevo destinato”.
“Allora non sei stato capace: io sono più forte di te”
Affermò l’ossessa.
“Non è vero”.
“Ma io sono più svelto a pensare di te. Quando stavi per confidarlo, io l’avevo già mandato”.
“E’ andato solo o con dei compagni?”.
“Solo”.
“T’impongo di revocare l’ordine immediatamente”.
“Ma io” disse lo spirito scuotendo la testa e agitandosi tutto “io non ci penso più. Ora ci sta bene. Sta a lui uscire. Non sono mica io che debbo comandarlo”.
“In nome di Dio ti comando di far uscire Eslender immediatamente. E’ uscito?”.
“No”.
Il sacerdote afferrò la Croce, lo sollevò il alto contro l’ossessa e gridò: “Per questa Croce, per quel Dio che un giorno su questa Croce diede la vita, tutto se stesso, per strapparci dal tuo potere, fa uscire immediatamente Elender. E’ uscito?”.
Questa volta lo spirito ruggì a denti stretti: “Sì, è uscito, ma è ancora in casa”.
“Che fa in quella casa?”.
“Parla lingue straniere smania, urla. Hanno chiamato quel sacco di carbone di don Pallarini (l’arciprete di S, Giorgio Piacentino, parroco della Gilda)”.
“E l’arciprete che fa?”.
“Leggete l’ufficio”.
“Ma Eslender è ancora in casa?”.
“Don Pallaroni l’ha confinato in un cane, ma non ne è stato capace, perché non ha detto il nome del cane. Ha ben detto che benedirà quella casa, ma forse non sarà capace, perché non sa che cosa deve fare”.
Mentre Isabò insultava l’arciprete, da S. Giorgio, Eslender – come più tardi disse la madre dell’ossessa – insultava in frataccio di S. Maria di Campagna.
In effetti, nella casa di S. Giorgio Piacentino, accadevano le più strane cose. La Gilda frequentemente faceva dei gran discorsi in tedesco, lingua da lei mai conosciuta.
Poi la mania dei discorsi in tedesco si trasferiva improvvisamente nel fratello, e allora ricominciava lui. Di notte, impetuosi soffi improvvisamente spegnevano le lampade a petrolio. Le porte, le finestre si spalancavano e sbattevano. Il fratello non riusciva a dormire per il gran rumore di catene e di ferri vecchi che lo intontiva. Una volta invitò il capolega del paese, un giovanottone grande e grosso che rideva di queste storie, a dormire nella sua camera. Il capolega accettò. Anche quella notte vi fu una confusione maledetta.
Il fratello scappò al piano di sopra, e il capolega, forse perché non pratico della casa, non trovò di meglio che saltar giù dalla finestra nella strada. Inoltre, la sorella si mostrava più arrendevole a tentazioni lascive. Si vestiva in modo molto procace ed er tutta un atteggiamento di voluttà.
Osservata a distanza, la cosa poteva sembrare curiosa, ma quelli che si trovarono in mezzo probabilmente ci si divertivano un poco meno. Come quando l’esorcista si sentì dire da Isabò: “Tu hai paura di vedermi”.
“E chi non dovrebbe aver paura?” Rispose.
“Questa notte a mezzanotte ti comparirò vicino al letto”.
“Non voglio vedere la tua brutta faccia”.
“Allora mi mostrerò dall’altra parte” sghignazzò lo spirito col suo vocione baritonale, mentre gli astanti rabbrividivano.
Per tutta la sua vita, dall’ora in poi, il P. Pier Paolo dormì con la luce accesa in camera. Quella sghignazzata gli si era fermata nel sangue come qualcosa di freddamente metallico.

NONO ESORCISMO FECE VACILLARE SATANA

E’ interessante la costatazione, a chi si sia interessato di questi casi, di una personalità spiccatissima in ognuno di questi spiriti. Ognuno ha delle caratteristiche inconfondibilmente proprie. Nel nostro caso, Isabò si distingueva per l’orgoglio e la follia di negazione, mentre Eslender assomigliava al diavolo furbo della favola che consiglia mille pazzie e fa buttare giù dalla finestra acqua santa e libri da Messa: ciò che infatti faceva fare alla sorella dell’ossessa.
Durante il nono esorcismo, avvenuto il 14 giugno, il sacerdote chiese: “Dove sono i tuoi compagni?”.
“Non lo so” rispose lo spirito.
“In questa stanza ce ne sono?”.
“Sì”.
“Quanti?”.
“Due”.
“Ebbene, li caccio”.
“Ebbene, cacciali. Che importa a me di questo?”.
“Li caccio nel deserto. Hai capito?”.
“E cacciali nel deserto”.
Evidentemente, nutriva una discreta dose di indifferenza, se non addirittura di disprezzo per i suoi compagni.
Un’altra volta il Padre ripeté l’intimazione: “Vattene!”.
“Tu credi di potermi trattare come un cane” rispose lo spirito “ma ti sbagli: non sono mica Eslender”.
Era pieno di orgoglio incredibile. Spesso riusciva a imporre la superiorità sua di spirito:”Se hai paura, và a letto” sghignazzò una volta in faccia all’esorcista. Insisteva molto su questo tasto della paura, e naturalmente aveva buon gioco.
Durante il decimo esorcismo, Isabò esclamò trionfalmente:”Sai? Mi sono impossessato di N.N,”.
“Non ti credo: dammene un segno”.
“Io te lo do, ma non come intendi tu”.
“Dà un segno visibile a me e ai circostanti”.
“Niente circostanti: darò un segno solo a te”.
“Quale?”.
“Và all’inferno. Non voglio questo segno”.
Lo spirito rise ironicamente. “Allora che cosa vuoi?”.
“Dammi un segno”.
A quest’ultima imposizione, il corpo dell’ossessa si gonfiò lentamente, il suo viso si accese di un colore rosso cuoio, poi, con uno sforzo enorme, la bocca si aperse ed emise un suono forte, insistente, simile a quello di una sirena.
“E’ questo il segno?” chiese il sacerdote.
“Sì”.
“Che segno è?”.
“Il fischio di una sirena”.
“Non mi basta. Voglio un segno più manifesto”.
“Ti farò sentire una voce forte”.
“Che voce?”.
“Una voce”. E si mise a cantare con una voce stridula, che lacerava le orecchie.
“Lasciare stare; e dammi un segno più evidente”.
“Allora ti darò il segno che ti avevo promesso”.
“Quale?2.
“Ti comparirò di notte vicino al letto”.
“Taci!” urlò l’esorcista. E, dietro suggerimento del Padre Giustino, si rivolse alle donne e disse: “Impongo allo spirito di comparirmi qui. Avete coraggio?”.
“Sì”, risposero le donne. Allora si rivolse all’ossessa e ripigliò: “Tu vuoi comparirmi di notte; e io ti impongo di comparirmi qui, alla presenza di tutti. Avanti!”.
Nel fremito dell’attesa l’esorcista si era irrigidito sull’attenti, e teneva ben forte nel pugno il manico dell’aspersorio; con l’acqua santa avrebbe tracciato una insuperabile linea di difesa contro le eventuali velleità del demonio. Era un momento drammatico.
“Comparisci qui” ripetè il sacerdote nel silenzio altissimo della sala. “Comparisci qui” disse la terza opaca, rispose: “Non mi è concesso”. E un evidente fremito smascherò il suo orgoglio infranto.
Lo spirito era abilissimo nel girar gli ostacoli, ma talvolta doveva scontrarsi in imposizioni più forti della sua volontà. Come quando il Padre gli chiese: “Che si deve fare per evitare i malefizi?”. Esso si ribellò con forza a più riprese, ma poi fu costretto a rispondere: “Tenere sul petto una croce benedetta”. E si vedeva a chiari segni la profonda lotta che doveva sostenere per combattere una potenza superiore alla sua, e soprattutto nel soccombere a questa superiorità del Ministero di Dio.

IL DOTTORE NON E’ PRESENTE
In effetti gli esorcismi indebolivano sempre più la forza del demonio. Dal nono esorcismo in poi, talvolta pareva che lo spirito stentasse a trovare la parola per la risposta, e nello sforzo eccessivo sembrava un balbuziente, Allora, dalla bocca contratta, e anche dalle narici dilatate, uscivano come degli scoppi secchi, simili al rumore che fanno i sassi quando una ruota d’automobile li preme di sbieco e li fa saltare lontano. Ma cercava sempre di nascondere la sua debolezza con un tono di burbanza.
“Se vuoi che esca” ripeté al decimo esorcismo: “và a chiamare quel tuo compagno che non crede”.
“Non crede a che cosa? Alla tua esistenza?”.
“No, non crede che io sia in questo corpo”. E aveva ragione. Un confratello di P. Pier Paolo aveva espresso forti dubbi sulla realtà dell’ossessione.
“Fin qui non c’è nulla di male” rispose il Padre.
“Dov’è?”.
“In convento”.
“Dove?”.
“In camera”.
“In quale?”.
“Nella quarta”.
“Cominciando da quale parte del corridoio?”.
“Allora” esclamò sprezzante lo spirito con una alzata di spalla “sarebbe come dirti in nome”.
A questo punto, i presenti tutti udirono arrivare il dott. Lupi. Quella volta egli non era stato puntuale all’appuntamento, e, per quanto l’avessero atteso, avevano dovuto iniziare l’esorcismo senza di lui. Si distingueva benissimo il suo passo un poco trascinato, mentre egli saliva su per le ampie scale di legno, e i colpi del suo bastoncino battevano su su per ogni gradino.
Per un naturale atto di deferenza fu sospeso l’esorcismo. Si aspettò che entrasse il dottore. Arrivato alla doppia porta che separava la scala dalla scala, il dottore aprì la prima e afferrò la maniglia della seconda, e fece per entrare.
“Avanti, avanti, sig. Dottore!” invitarono i due frati.
Il dottore volgeva e rivolgeva la maniglia, apriva e chiudeva la porta, ma non si faceva vedere.
“Avanti, signor dottore!”. E il dottore sempre con il solito gioco. Volgeva e rivolgeva la maniglia, apriva e chiudeva la porta, ma non si decideva a entrare.
“Che voglia scherzare?” chiese uno.
Allora il P. Giustino si alzò dal banco, corse all’uscio, lo spalancò. “Non c’è nessuno” disse.
Tutti si alzarono in fretta e scesero le scale. Al pian terreno, la grossa porta di quercia, tutta ferrata, era chiusa a chiave come al solito. Non l’aprirono. Al di là della porta era fisso di guardia, durante gli esorcismi, Frate Antonio. Non si voleva che alcuno potesse entrare di nascosto nel convento e curiosasse. Frate Antonio, guardiano coscienzioso, era al suo posto.
“E’ venuto il dott. Lupi?” gli dissero “No”.
“L’hai visto?”.
“No”.
“E’ venuto qualcun altro?”.
“No”.
“Sei sempre stato al tuo posto?2.
“Naturalmente!”. Il fraticello era offeso da tutte quelle domande. “Perché?”. Ma nessuno ebbe il coraggio di rispondere. Erano stati beffati da qualche invisibile burlone. Eslender forse?
Risaliti in sala fu ripreso l’esorcismo. Era l’esorcismo del Sanctus. Lo spirito si agitava freneticamente, deformando in modo pauroso il volto dell’ossessa. Con quegli occhi grifagni, con quel ceffo sul quale si leggeva odio, ferocia, vendetta, diventò orribile.
Finito lo scongiuro, il sacerdote intimò di rigettare.
L’ossessa fu sul catino.
“Rigetta!”.
“Non posso!”.
“In nome di dio, in nome della Madonna …”.
“Lasciami stare!” si raccomandò con voce accorata lo spirito.
“No. Ti voglio tormentare come hai tormentato duramente sette anni questa creatura”.
“Lasciami stare. Non è colpa mia se l’ho tormentata. Mi hanno cacciato qui”.
“Per il sangue di Cristo, per la morte di Cristo, rigetta!”.
L’ossessa finalmente ubbidì.
“Che cosa abbiamo ottenuto?”.
“Hai fatto uscire una quantità di palla”. Si trattava del bolo malefiziato.
“E poi?”.
“Cosa vuoi?”.
“E quella bava)”.
“E la palla”.
“Quanta ancora ne resta?”.
“Più di un terzo2.
“Perché in questi giorni hai fatto soffrire questa creatura?”.
“Perché mi fai insegnare a te?”.
“Domando perché l’hai tormentata”.
“Io non ho nulla: soltanto il mio dovere”.
“Cioè’”.
“Come debbo fare?” scattò con impazienza. “Fermo non posso stare”.
“Ma la forza di cantare, di ballare, è ancora in te, sì o no?”.
“No”.
“E allora non può essere tuo merito il farla cantare, ballare e smaniare durante i giorni che separano un esorcismo dall’altro”.
“Lo so non c’è questa forza in te?”.
“No”.
“Come ti chiami?”.
“Isabò”.
“Chi ti ha imposto questo nome?”.
“Il mio principale”.
“E chi è il tuo principale?”.
“N.N. (il primo dei tre stregoni altra volta nominati)”.
“Prima come ti chiamavi?”.
“Non avevo nome”.
“Chi eri?”.
“Come mi mettevano” suonò la stana risposta.
“Non eri uno spirito beato?”.
“Un male”.
“Che cosa soffri?”.
Ma lo spirito non rispose più nulla. Pareva spossato.
O forse non voleva patire questa estrema umiliazione. Data l’ora tarda il Padre credette bene di chiudere l’esorcismo. Infatti lo spirito sembrava essersi chiuso in un mutismo cocciuto. “A te, immondo spirito, comando per i giorni seguenti, di … (una sghignazzata lo interruppe, ed era cosa mirabile la pronta varietà di atteggiamenti che l’ossessa assumeva) … star fermo, di non …”.
“Di non mostrarmi a te” (e rideva).
“Di non …”.
“Di non far male” (e rideva, e cantava).
“Ma cos’è questo?” chiese infastidito il sacerdote.
“Tu hai sempre una gran paura di vedermi. Eppure bisogna che mi decida a comparirti di notte in fondo al letto”.
“No” In nome di dio, in nome della santa Chiesa dimmi la verità”.
A queste parole l’ossessa spalancò gli occhi e si irrigidì quasi sull’attenti.
“Farai male?”.
“No”.
“Farai paura?”.
“Un poco”.
“A chi?”.
Lo spirito rispose con parole dolci: “A te”.
“Dove?”.
“Dove mi trovo”.
“I nome di Dio, della Madonna …”.
“No, no”.
“Farai male?”.
“Ma sta sicuro”.
“Davvero?”.
Stanco e irritato, lo spirito urlò: “Nooo!”.
E così si concluse il decimo esorcismo.

Dal libro: E’ lui a far paura al demonio

(Continua … 5 Parte)



martedì 10 settembre 2019

L'OSSESSA DI PIACENZA (TERZA PARTE)


L’OSSESSA DI PIACENZA
Intervista col diavolo
Cronaca di Alberto Vecchi
(TERZA PARTE)


LE TRE PIANTE

Il secondo esorcismo ebbe luogo nel pomeriggio del 23 maggio successivo. Lo spirito, sempre altezzoso, si rifiutava di uscire, perché, diceva, altri stavano lavorando per farlo restare. Ed erano gli stregoni che lo avevano fatto entrare.
A un certo punto, il P. Pier Paolo, perduta la pazienza, volle sapere chi fosse lo sciagurato che aveva voluto il malefizio. Ne uscì una scena terrificante.
Durante il terzo esorcismo, avvenuto il 30 maggio, il sacerdote ebbe a chiedere allo spirito: “Dove vorresti andare una volta uscito da questo corpo?”. A questa domanda gli occhi dell’ossessa mandarono bagliori di gioia, e le sue labbra – strano! -  sorrisero:”In una pianta alta”.
“A che fare?”.
“Per tormentarla, inaridirla”.
L’ossessa aveva accostato il mento, che pareva più aguzzo del solito, all’esorcista, e accompagnava voluttuosamente le parole col gesto.
“Ma di quale pianta si tratta?”.
“Una pianta con due gambe”.
“Un uomo, allora”.
“Un uomo”.
“Come si chiama?”.
“Te lo dirò più tardi”.
“Se esci ora, ti mando in una pianta veramente pianta; se esci più tardi, ti mando all’inferno”.
“Cosa vuoi che ti dica?” esclamò lo spirito con un gesto di rassegnazione tanto strano in quell’essere. “Questa sera non posso”.
“Dunque tu preferisci andare all’inferno piuttosto che lasciare subito questo corpo”.
“Preferirei andar subito, ma non posso”. E con certo tono confidenziale, abbassando la voce e cercando accostarsi di nuovo all’esorcista:”Sai che cosa hanno fatto? Hanno legato tre piante: ormai sono scongiurato per tre volte”.
Ma l’atmosfera di confidenza cessò ben presto. Il sacerdote pronunciò lo scongiuro, e a bruciapelo chiese allo spirito:”Capisci questo latino? E’ vero tutto questo?”.
L’ossessa si volse di scatto, fissò i suoi occhi d’acciaio negli occhi del sacerdote, e con furore, quasi vantandosene, tradusse con esattezza. Urlava invasa dal delirio:”Sì. Sono il trasgressore, sono il seduttore pieno di tutti gli inganni e di tutte le astuzie, sono il nemico della virtù, il nemico, sta preparato un fuoco che mai non muore, perché sono l’assassino degli assassini, l’incestuoso degli incestuosi, il sacrilego dei sacrileghi, l’eretico degli eretici, perché sono il padre, il maestro di tutti i delitti, di tutte le oscenità”. Si interruppe, e piantò di nuovo i suoi terribili occhi negli occhi dell’esorcista.
Al quarto esorcismo, avvenuto nel pomeriggio del primo giugno, l’esorcista volle chiarire l’affare delle piante:”L’altro giorno mi parlasti di tre piante; dove si troverebbero?”.
“Non sono io che ti debbo insegnare queste cose”.
“In nome di Dio, dimmi dove si trovano queste tre piante”.
“Non lo posso dire”.
In nome di Dio, per la sua potenza infinita, dimmi dove si trovano. L’ossessa stette un poco in forse, come una scrupolosa di fronte a un forte dubbio di coscienza; poi, facendo forza a se stessa, disse risolutamente:
“Una nell’orto di N.N.; una in fondo al Po; la terza in un orto presso la casa di N.N.”.
“Con che cosa furono legate?”.
“Con filo di lana bianca”.
“Chi le ha legate?”.
“La prima N.N. (il mandante che fece fare il maleficio); mentre la seconda N.N. (Uno stregone, che passava presso il popolino come un santo); la terza, quella in fondo al Po” afferma con sussiego (alzando le braccia) “queste braccia”.
“Insegnami il modo di slegarle”.
“Non posso”.
“Perché non puoi?”.
“Perché, quando hanno fatto questo, vollero che non lo si dicesse”.
“Quando si slegheranno?”.
“Due sono già slegate”.
“Quando si slegherà la terza?”.
“Fintantoché ci sarà il deposito (la palla di salame non mai digerita dall’ossessa), la pianta non si slegherà”.
“E quando uscirà il deposito?”.
“Non lo posso sapere”.
“In nome di Dio, in nome della Madonna…”.
“Quando lo vorrai tu”.
“Lo voglio subito. Alzati e rigetta”.
L’ossessa, sfuggendo dalle mani degli assistenti, fu sul catino.
“Rigetta!”.
“No, non rigetto, perché oggi hai fatto troppo”.
“Iddio non fa mai troppo. Rigetta!”.
“No, no!” urlò.
“In Nome di Gesù Cristo, per la sua passione e morte, fa rigettare, o Dio, a questa creatura ciò che ha preso per maleficio”.
L’ossessa ubbidì, rigettando qualcosa, e si sospese per qualche minuto l’esorcismo.
La storia delle tre piante aveva destato in tutti gli astanti la più viva curiosità, non solo perché potuto controllare la veridicità delle affermazioni dello spirito.
Approfittando del breve intervallo, il P. Pier Paolo chiese all’ossessa, che frattanto era rientrata completamente in sé, se in vita sua non avesse mai legato delle piante.
A questa domanda la signora lo guardò un poco meravigliata e, sorridendo, disse:”Sì, ne ho legata una”.
“Dove?”.
“In fondo al Po”.
“Con che cosa l’hai legata?”.
“Con un filo di lana”.
“Bianca o nera?”.
“Bianca”.
“E il motivo?”.
“Perché mi avevano assicurato che, con quel filo, avrei legato il mio male alla pianta”.
“E gliel’ha legato?”.
“Tutt’altro. Appena legata la pianta, non potevo più distaccarmi. In seguito sono andata sempre più peggiorando, e la pianta s’è seccata. Ma perché tutte queste domande?”.
“Perché durante l’esorcismo ha parlato di questa pianta”.
“Ho fatto male a legarla?”.
“Certamente: è sempre così male, che se per guarire mi avessero detto di gettarmi nel fuoco, mi ci sarei gettata”.
“Ma davvero non poteva più distaccarsi dalla pianta?”.
“Non solo non potevo più distaccarmi, ma non potevo nemmeno chiamare in aiuto mio marito e un amico di casa che, voltandomi le spalle, come d’intesa, mi stavano ad aspettare a una distanza massima di venti metri”.
“E allora?”.
“Per liberarmi ho dovuto lottare con tutte le mie forze e raccomandarmi alla Madonna”.
“E la pianta s’è seccata?”.
“Sarà stato un caso, ma si è seccata”.
“Sapeva che, mentre lei legava una pianta in fondo al Po, altri, altrove ne legavano due?”.
“No!”.
Il marito, compagno indivisibile della signora, annuiva.

TERRILI VENDETTE DI ISABO’

Durante gli esorcismi successivi, continuò senza tregua il duello tra il sacerdote e lo spirito. Accadevano scene spaventose. Quando il furore dello spirito era particolarmente intenso, il corpo della signora si afflosciava su se stesso, come fosse un sacco vuoto, poi, improvvisamente, pareva che un corpo vivo furibondamente vi balzasse dentro e vi saltasse senza tregua, disperatamente, come quando si lega un gatto dentro a un sacco, e la povera bestia inferocita e disperata si agita continuamente con tutta l’agilità che le è propria. Il corpo dell’ossessa era il tenue velo senza forma, che disegnava tutti i salti di quel gatto misterioso e terribile. Era questa la scena che maggiormente spaventava gli astanti.

LA PROMESSA

Un giorno il sign. Cassani, uno degli assistenti che continuamente stavano al fianco dell’ossessa durante gli esorcismi, si presentò al P. Pier Paolo. Era agitato:” In questi sette anni, come e vicino, ho sempre assistito, in compagnia di mia figlia, la povera signora nelle sue crisi”.
“Ebbene?”.
“Lo spirito, che non minaccia mai invano, mi ha detto più volte, ultimamente, che io dovrò morire”.
“C’era proprio bisogno dello spirito per sapere che si deve morire?”.
“Scusi, non m’ha lasciato finire”.
“Dica”.
“ Lo spirito ha detto che dovrò morire fra pochi mesi, vittima della sua vendetta”.
“E lei ci crede?”.
“Come no?”.
“Non sa che lo spirito è padre della menzogna?”.
“Mi permetta di non essere interamente del suo parere”.
“Ma non lo dico io questo, è la Chiesa”.
“Padre, in questi sette anni ho avuto modo di osservare tante cose, e posso garantirle che tutto ciò che ha detto Isabò si è sempre avverato con esattezza ,atematica”.
“E io invece, caro sig. Cassani, le provo che si sbaglia.
Si ricorda cosa disse lo spirito appena si accorse che volevo fare gli esorcismi?”.
“Sì, che avrebbe messo sossopra la Chiesa di S. Maria di Campagna. E poi che se lei fosse andato dal Vescovo per domandare di fare gli esorcismi, l’avrebbe strozzato in episcopio”.
“Tanto vero che lei, quand’io andai in episcopio …”.
“S’, Padre, io la seguii di lontano per vedere che cosa sarebbe avvenuto”.
“E poi che cosa minacciò lo spirito?”.
“Che se il Vescovo avesse concesso questo permesso, sarebbe morto entro breve tempo”.
“E di queste minacce che cosa si è avverato?”.
“Niente”.
“E allora?”.
“Quello che non ha fatto, lo può ancora fare”.
“Non lo farà”.
“Padre, a parole vince lei. Vedremo. Intanto mi dia la benedizione davanti all’altare della Madonna”.
Pochi mesi dopo questo colloquio, si sparse improvvisamente per Piacenza la voce:”Il Vescovo è ammalato … Il Vescovo è moribondo … Il Vescovo è morto”.
“Due mesi dopo la morte del Vescovo, in un freddo pomeriggio di novembre, il P. Pier Paolo fu chiamato proprio dalla sua ex-ossessa, allora perfettamente guarita: “Padre, accorra subito, se vuole fare ancora in tempo a vederlo, a confessarlo”.
“Chi?”.
“Il sig. Cassani”.
“Cos’ha?”.
“Sta per morire”.
Il Padre accorse. Il moribondo, con la voce ormai già spezzata dal rantolo, chiese:
“Si ricorda, Padre, della benedizione davanti all’altare della Madonna?”.
“Mi ricordo”.
“Si ricorda dei miei presentimenti?”.
“Sì”.
“Muoio vittima della sua vendetta”.
Il giorno dopo, il Cassani, già sano e robusto come un querciolo, moriva. Il terrore per le minacce dello spirito probabilmente l’aveva minato.
Un Signore che, udito il caso dell’ossessa, ebbe più volte a esprimersi con queste parole, rivolto allo spirito:”Se sei uno spirito, entra in me”, pochi anni dopo si ammalò di tisi. Chiamò l’esorcista e gli disse: “Di qualunque malattia dovevo morire, ma mai di questa” e scoppiò in pianto. Dopo poco tempo moriva.
Il P. Pier Paolo visse, in seguito, sempre col terrore dei suoi ricordi. Un giorno, si sentì dare una grossa bastonata in testa. La testa non si sostenne più, ed egli andò sempre col mento puntato sul petto. Diceva:”E’ la vendetta del demonio. Ed è poco: mi aspettavo di più. Il Signore è misericordioso”. Ma il terrore non lo abbandonò più. –

(Nota di Padre Amorth:”Può stupire come mai tre persone di grande fede, che hanno partecipato a una grande atto di carità, siano state così duramente punite. Ma è una falsa impressione. In realtà, a coronamento dei meriti acquisiti, il Signore li ha premiati, completando i loro meriti con le ultime sofferenze e chiamandoli al premio. E’ il piano di Dio che ci salva attraverso la Croce. Mentre Gesù spirava sulla Croce, sembrava che il demonio trionfasse. E invece è stata la sua definitiva sconfitta. Penso anche che il Signore abbia permesso queste sofferenze, per dare un avviso a tutti gli esorcisti: che non si aspettino nessun premio su questa terra”.)

Dal libro : E’ lui a far paura al demonio

(Continua .. 4 P.)