lunedì 18 marzo 2019

ALCUNE TESTIMONIANZE SU PADRE GARIELE AMORTH


ALCUNE TESTIMONIANZE SU
PADRE GARIELE AMORTH

Testimonianze di Padre Stanislao, Rosa e Fausto

Testimonianze di Padre Stanislao su Don Gabriele Amorth
Domande del Cronista – Come hai conosciuto Don Gabriele?
Padre Stanislao – Tra me e Don Gabriele c’era un bene infinito. Ho provato simpatia per lui fin dal primo giorno in cui, per curiosità, sono andato all’Immacolata, perché non riuscivo a capire come il demonio potesse agire nella vita di ciascuno di noi. Quando leggevo il Vangelo:  “Gesù disse ai suoi apostoli andate e nel mio nome cacciate i demoni … “ rimanevo sempre turbato e dubbioso mi domandavo : “Sì, credo che il esista, ma come può prendere possesso di un corpo?”. Non ci credevo! Il dubbio mi tormentava.
Così decisi di fare un’esperienza diretta e un mio confratello mi consigliò di recarmi da Don Gabriele, esortandomi a chiedere una benedizione speciale.
Così andai e rimasi folgorato dal suo sguardo gioioso, dalla sua calorosa accoglienza. Appena seppe che ero un passionista mi abbracciò: era felice della mia presenza perché quel giorno ad aiutarlo nella preghiera c’era un sacerdote in più, e per di più passionista! Da quel giorno  iniziò il mio percorso accanto a lui e per me fu un privilegio affiancarlo perché si parlava tanto bene di lui, sia tra i sacerdoti che tra le persone che riceveva. E’ evidente che per svolgere un ministero così particolare e per così tanti anni, sicuramente aveva una vocazione particolare, era proprio una persona chiamata da Dio a questo preciso scopo.
Non so spiegare il perché, ma Don Gabriele fin dai primi tempi in cui ho iniziato la mia collaborazione con lui mi ha più volte confidato di aver visto in me un sacerdote mandato da Maria per succedergli. Un giorno mi disse: “Io voglio che tu prenda il mio posto quando non ci sarò più”. Per questo ha cercato in tutti i modi di farmi conferire un mandato ufficiale nella diocesi di Roma trovando, però, non poche difficoltà per via della mia allora giovane età. Tramite il Cardinal Tarcisio Bertone ha ottenuto che diventassi suo collaboratore, ma niente di più, così’ quando lui ha smesso ho dovuto fermarmi anch’io.
Forse qualcuno ai vertici della gerarchia ecclesiale avrà pensato che, se ero tanto gradito a Don Gabriele, probabilmente condividevo il suo modo di pensare – come per esempio relativamente al fatto che i vescovi che non nominano gli esorcisti dimorano in peccato mortale: di fatto, su questo sono pienamente d’accordo con lui, che lo ha sempre detto schiettamente senza troppi scrupoli.
Chiaramente questo suo parlare direttamente lo rendeva pericoloso per certi uomini di Chiesa che non credono all’opera straordinaria del demonio.
Per me è stato proprio un modello di vita.
Cronista – Com’era il tuo rapporto con Don Gabriele?
Padre Stanislao – Tra noi c’era un bene così profondo che quando mi diceva di sentirsi più in forza. Io da parte mia non l’ho mai abbandonato, neanche nei momenti più difficili, tanto meno negli ultimi anni, quando era molto stanco e affaticato, e non sempre riusciva a portare avanti la preghiera. Così si era molto appoggiato a me e io fiero di questa sua fiducia, di questo bene che mi voleva e che contraccambiavo in pieno. Per me è stata una grande grazia conoscerlo.
Durante gli esorcismi bastava che ci guardassimo negli occhi oer comprenderci, per entrare nel problema che stava nella persona; lui mi diceva che nel suo ministero gli ero di grande aiuto perché secondo lui, avevo dei carismi concessimi da Dio, potendo percepire in quale parte del corpo la persona fosse stata colpita.

Cronista – Cosa ti colpiva di più in Don Gabriele?
Padre Stanislao – Uno dei più grandi doni che Don Gabriele possedeva e di cui troppo poco si è parlato era la sua straordinaria sensibilità. Nei colloqui personali non perdeva mai l’occasione per aprire il suo cuore, attingendo con simpatia e semplicità a episodi della sua vita che lasciavano sempre un segno indelebile nella memoria di chi li ascoltava.
Da vero uomo di Dio aveva a cuore le sofferenze dei tanti che si rivolgevano, talvolta il preda alla disperazione più cupa, al suo ministero.
Quando esorcizzava, poi, era ben consapevole che quel corpo martoriato e sofferente apparteneva a tutti gli effetti a una creatura di Dio, bisognava di cure e di amore prima ancora che di una terapia efficace. Il suo rapporto con i tanti che si affidavano al suo ministero era tutt’altro che freddo e distaccato. Don Gabriele era prima di tutto un padre.
Nutrire tali sentimenti di paternità spirituale è fondamentale quando si ha a che fare con persone ferite nello spirito e nel corpo. Tali persone devono essere seguite da vicino, con tutte le cure che il caso richiede. Un incontro una volta al mese per un esorcismo, lasciamelo dire, è ben poca cosa.

Cronista – Quindi andavi d’accordo con Don Gabriele nonostante il suo “caratterino”?
Padre Stanislao – a volte era un po’ duro, ma dipendeva anche dall’età e dalla stanchezza perché molte persone lo assillavano per nulla, quindi reagiva malamente. Ma con chi stava male veramente era proprio un padre.
All’inizio del nostro rapporto ci siamo scontrati un po’, perché io ero certo che, quando si trattava di un caso psicologico, bisognava dirlo per non illudere la persona o non aggravare la sua situazione. Perché se uno crede di avere un problema spirituale e non è vero si rovina, perché non viene curato. Questo è un grande pericolo per l’esorcista. Per questo Don Gabriele diceva sempre che è importante avere il rapporto di uno psicoterapeuta cattolico quando si fanno esorcismi.
Domande del cronista a Rosa l’assistente –
Don Gabriele è stato ricoverato nell’estate 2016 in seguito a una polmonite, ma durante il ricovero è andato peggiorando.
Si era ammalato perché il cibo che gli andava nei polmoni invece che nello stomaco.
Penso che se alla fine gli avessero praticato la tracheotomia ce l’avrebbe fatta, ma i medici del Gemelli hanno preferito evitarla.
Lui era abituato a pregare il rosario ogni giorno alle sedici e ha voluto mantenere questa abitudine anche durante il ricovero, così io andavo sempre a recitarlo con lui e venivano anche i medici e poi il suo superiore e il cappellano dell’ospedale.
Cronista – E’ stato cosciente fino alla fine?
Rosa – Fino a un paio di giorni prima era perfettamente cosciente, tanto che, se veniva qualcuno a trovarlo, lo benediceva; non parlava bene perché la gola era sempre secca però si faceva capire.
Non ha ricevuto molte visite in ospedale perché i medici non lo permettevano, altrimenti sarebbe stato un via vai continuo. Alcune persone si sono proprio offese per questo.
Cronista – Come ha vissuto questi momenti in ospedale?
Rosa – Ricordo che il medico gli ha chiesto:”Gabriele, cosa vuoi da me?”. E lui ha risposto:”Che tu mi guarisca”.
Lui voleva tornare a casa, era proprio convinto di guarire, aveva tutti i suoi programmi: voleva avvertire le persone che era tornato e quindi ricominciare a riceverle. Sapeva che c’era tanto bisogno.
Poi un giorno mi ha chiamato vicino al letto, mi ha guardata e mi ha detto “Oggi lei non sta bene”. Effettivamente io mi sentivo male e gliel’ho confermato. Allora ha preso il dottor Fausto e gli ha detto: “Ti raccomando Rosa”. Non gli sfuggiva niente, era una persona con una sensibilità e n’attenzione unica anche nella malattia.
Penso che non ci saranno più persone come lui e nemmeno come Padre Candido, gente di un’altra epoca con un carattere e un’educazione rari.
In ospedale non si lamentava mai anche se per cambiarlo gli infermieri ci mettevano quasi un’ora perché era pieno di tubi e tubicini.
La prima volta che è stato ricoverato, nel 2012, ci guardava e diceva:”Ma voi lo sapete che io sono l’uomo più coccolato qui dentro?”. Era una persona umile, ma gli piaceva essere al centro dell’attenzione e noi gli portavamo tutti i pasti da casa, cose appetitose per coccolarlo e cercare di tirarlo su. Voleva sempre il gelato al cioccolato e al pistacchio. Una volta durante un esorcismo il diavolo gli ha rinfacciato: “Sei goloso”, e lui ha risposto:” E allora? Che te ne importa?”.
Un giorno in ospedale è venuta una conoscente e, quando l’ha visto a letto con la mascherina dell’ossigeno, è scoppiata a piangere. Lui ha fatto gli occhi birichini, si è tolto la mascherina e le ha fatto la linguaccia! Così abbiamo dovuto ridere. Lui aveva sempre la capacità di sdrammatizzare, alleggeriva le situazioni, come si prendesse lui carico di tutto.
Ogni volta che andavamo via diceva:”Grazie, grazie”, ma eravamo noi a doverlo ringraziare per quanto sempre ci dava. Amava proprio i rapporti umani, veri, di scambio, di amicizia. Purtroppo ne ha pochi.

Cronista - Cosa ti raccontava Don Gabriele della sua sofferenza?
A volte diceva “Ho sbagliato matrimonio, ho sbagliato moglie”, sottolineando le difficoltà con i confratelli.
Purtroppo non era ben visto da alcuni Paolini, perché c’era intorno a lui troppa confusione, troppa gente. Forse non è stato capito, però non c’era nessuno che lo aiutasse a parte fratel Rossi. Probabilmente c’era il suo calibro o quanto stava facendo per la Chiesa. Forse non si sono resi conto dell’importanza che ha avuto la sua testimonianza. Una volta ha chiamato la suora dell’infermeria e mi ha suggerito di trovare alla svelta un avvocato, perché aveva indicato un certo personaggio pubblico come massone e temeva querele. Infatti ha dovuto smentire e l’avvocato è servito eccome! Ma Don Gabriele aveva detto la verità. A lui non interessava se si creavano “incidenti” o se certe verità erano inopportune; lui non mentiva e non taceva.
Questo faceva parte del suo bel caratterino, sapeva essere proprio tremendo e faceva valere i suoi punti di vista senza fermarsi. Ma ci sono cose che non possono essere dette, purtroppo.
Comunque amava la sua congregazione e i suoi confratelli, tanto che nel testamento ha chiesto di essere sepolto al cimitero con gli altri frati, anche se tutti noi abbiamo tanto insistito perché fosse messo in sottocripta dove ci sono i beati Alberione e Giaccardo.
Cronista – Ricordi qualche episodio particolare?
Rosa – Una volta stavamo facendo le riprese televisive con Pippo Baudo alla Chiesa Dell’Immacolata e non riuscivamo a proseguire perché ci faceva ridere. C’era una signora seduta sulla poltrona e lui faceva finta di benedirla, però invece di pregare diceva:”Ho fame, voglio la pastasciutta …”, e noi giù a ridere. Il regista allora ci faceva uscire, poi rientravamo e daccapo:”Voglio la pastasciutta …”, e non si riusciva a finire. Pippo aveva una paura tremenda di Don Gabriele, cercava di stargli lontano, non riusciva a porgli le domande, era proprio impaurito. Lui ovviamente si divertiva come un matto di questa paura ma il tempo passava … dalle nove del mattino abbiamo tirato le due del pomeriggio senza riuscire a finire il lavoro.
Era simpatico, raccontava sempre barzellette, era instancabile.
Gli piaceva anche viaggiare a gran velocità e sempre diceva all’autista:”Corri, corri, ti assolvo io!!”.
Cronista – Andavi tutti i giorni ad aiutarlo?
Dipendeva dai pericoli: se doveva fare dei colloqui, non serviva; ma quando c’erano le benedizioni mi chiedeva sempre; ma quando c’erano le benedizioni mi chiedeva sempre di andare; a meno che non fossero situazioni molto riservate, di ecclesiastici.
All’inizio andavo sia mattina che pomeriggio, anche di domenica e durante le feste, poi saltuariamente. E diceva:”Almeno suo marito avesse borbottato una volta!”. Veramente una volta mio marito mi ha detto:”Voglio proprio vedere dove vai”, ed è venuto con me. Così è venuto anche lui ad aiutare. Era molto grande e grosso, eppure una volta una persona lo ha fatto volare con la punta di un piede, gli ha dato un colpo tremendo. Non era stato attento, non era pratico di queste cose.
C’erano tanti religiosi che avevano bisogno, sia uomini che donne.
C’era una suora che ha materializzato due chili di ferraglia durante gli esorcismi.
Venivano anche dei vescovi a farsi esorcizzare ma noi non potevamo essere presenti. Però poi lui ce lo raccontava, anche se non sapevamo chi fossero.
Rosa – Chiedeva sempre a me i nomi delle persone e, quando serviva, il numero di telefono, e mi diceva”Lei è il mio compiuter”.
Eppure gestiva lui gli appuntamenti in totale autonomia. All’inizio facevo io, poi si è arrabbiato perché una signora gli ha fatto perdere la mattinata e da allora ha deciso di fare da solo.
Era colpa mia che avevo preso l’appuntamento, ma non potevo sapere che la signora non sarebbe venuta, non è dipeso da me. Comunque si è arrabbiato e ha iniziato a gestirsi da solo.

Cronista – Quindi ogni tanto vi scontravate?
Rosa – Non abbiamo mai litigato. Lui chiedeva se era stato scortese o se aveva risposto male ed effettivamente ogni tanto scattava un po’ anche con noi, ma nulla di grave.
Gli capitava anche di essere tremendo però! Ricordo la volta in cui è venuto il regista che ha girato il film L’esorcista; era lì per riprendere una ragazza che all’inizio aveva dato il consenso, ma poi ha cambiato idea e non voleva più testimoniare. Don Gabriele si era molto arrabbiato, perché erano venuti apposta dagli stati Uniti, ma non c’è stato nulla da fare, non si è fatta riprendere.
Quando si arrabbiava non era affatto tenero, anche con me si arrabbiava. A volte si seccava per stupidaggini, oppure quando facevo entrare qualcuno senza il suo permesso o senza appuntamento o fuori orario. Se ne accorgeva subito e protestava con tono severo, ma io gli chiedevo di benedire e lui mi accontentava sempre.

Cronista – Con il passare degli anni si è ammorbidito un po’ il suo carattere?
Rosa – Mai. E’ sempre stato rigido, direi tedesco nel nome e nei fatti. Puntualissimo. Mi veniva a prendere a casa e se trovavamo il semaforo rosso mi diceva:”Rosa, un minuto, però non è colpa mia, è il semaforo”.
Una volta eravamo sul raccordo anulare e c’era una ragazza ferma sul bordo della strada, e lui voleva fermarsi per aiutarla:”Avrà bisogno di aiuto”. Non sapevo come spiegargli che non aveva bisogno di nulla, che era lì per prostituirsi. Lui era molto ingenuo per queste cose. Abbiamo proseguito ma lui non era tranquillo, non aveva capito, per lui aveva bisogno di aiuto, Eppure aveva già i suoi anni e confessava regolarmente. Era proprio semplice, non era abituato a cercare il male, non era malizioso. E sì che col suo ministero di male ne vedeva tanto, eppure è riuscito sempre a mantenere il suo cuore pulito, era sempre nello stupore.

Domande a Fausto il medico – Cronista – che difetti vedevi in lui?

Fausto – Per la verità non riesco a ricordare. A un certo punto della mia vita qualcuno mi aveva soprannominato “rigidino” e lui, assieme a Padre candido, prese la mia difesa e disse:”Guarda che l’abbiamo cresciuto noi”. Certamente era severo, un uomo tutto un pezzo nel bene e del male.
L’ho visto sempre farsi carico dei problemi degli altri, mai superficiale. E invece, mi dispiace dirlo, tante volte l’ho visto trattato male, non considerato, lasciato da solo. Però, anche se era un po’ isolato, nella sua congregazione era molto stimato, anche se qualcuno lo considerava rigido, troppo preciso. A tal proposito, lui ebbe un periodo di comando da vice gerente generale, che durò un anno e mezzo, e non lo rielessero più proprio perché considerato troppo severo.
Di quel periodo lui mi ha detto ripetutamente: “E’ stato il periodo più brutto della mia vita, non ho passato un periodo più brutto di quello, non lo farò mai più!”. A proposito di questa esperienza diceva che in tutta l’umana progenie c’è un grande problema: quando le cose vanno male domina in realtà l’egoismo, e per questo rammentava sempre a ciascuno di essere molto attento al proposito egoismo, per evitare che prenda il predominio.

Dal libro Padre Amorth - La mia battaglia con Dio contro satana